Io lotto da partigiana

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Di certo questo è un 25 Aprile particolare, triste, anche, nella sua particolarità, abituat* come siamo a vivere un corteo colorato, rumoroso, col sole caldissimo o con quella pioggia che “va beh ma è il 25 Aprile!”, in ogni caso non una ricorrenza vuota, ma sempre e ogni anno di più, una giornata piena di significato, contro ogni tipo di fascismo, per la liberazione di tutte, tutti e tuttu.

In questo strano 25 Aprile è per noi importante affermare che vogliamo la liberazione sì da questo maledetto virus, ma soprattutto vogliamo la liberazione da quel sistema malato, patriarcale ed ecocida che sappiamo bene ha portato a tutto questo.

Certo non possiamo chiamare alla mobilitazione, ma ci sembra importante iniziare a fare qualche passo per mettere le basi per quando potremo tornare nelle strade, anche perché non vediamo l’ora .

Dunque Porta un fiore alla partigiana assume un valore molto importante oggi, di riprenderci a piccoli passi un po’ di spazio coi nostri messaggi e le nostre azioni in questa città così assente.

Quindi mentre sei fuori per fare la spesa, per portare fuori il cane, o andare in farmacia….portati dietro una storia partigiana tra quelle qui nel post, attaccala al muro o dove preferisci e poni anche un fiore (magari quello di carta che hai fatto seguendo il nostro tutorial ;); oppure se hai una targa partigiana vicina a casa porta un fiore a quella targa.

Liberiamoci da questo virus, liberiamoci da questo sistema malato!

scegli una delle partigiane milanesi che raccontiamo in “E se io lotto da partigiana” per onorare il ruolo delle donne nella Resistenza.

Il femminismo è antifascista o non lo è.
La liberazione è femminista o non lo è.

Welfare aziendale? No, grazie!

Fin  dall’elaborazione dal basso del nostro Piano contro la violenza di genere, abbiamo deciso di posizionarci in maniera nettamente contraria a ogni forma di welfare neoliberale, privatizzato e aziendale, un netto rifiuto che si basa sull’altrettanta netta opposizione a ogni forma di individualizzazione e isolamento lavorativo, di scarico di responsabilità su lavoratrici e lavoratori e, soprattutto, di perpetuazione dell’idea che le incombenze del lavoro riproduttivo e di cura spettino esclusivamente alle donne. Abbiamo ritenuto necessario scendere un po’ più nel dettaglio di quello che il welfare aziendale risulta essere oggi, del peso che esercita nella contrattazione collettiva e nella vita di singole lavoratrici (ma anche lavoratori), e del perché il nostro movimento transfemminista vi si oppone fermamente. Crediamo sia un’analisi utile da condividere e socializzare in un periodo in cui di welfare aziendale si parla sempre di più.

Che cosa è il welfare aziendale?

Con l’espressione welfare aziendale si intendono tutte quelle iniziative assunte dal datore di lavoro in maniera unilaterale o di natura contrattuale, volte a incrementare il “benessere” del lavoratore e della sua famiglia attraverso una ripartizione della retribuzione differente, consistente o in rimborsi benefit, o nell’elargizione diretta di servizi, o in un mix tra le due. In generale, le misure previste comprendono l’elargizione di servizi quali assistenza sanitaria integrativa, buoni pasto, servizi di trasporto, fringe benefits, assistenza a familiari non autosufficienti, istruzione a rimborso, voucher e finanziamenti. Per quanto riguarda le modalità di finanziamento, queste variano dall’investimento diretto da parte dell’azienda (somme aggiuntive rispetto a retribuzione e premi), alla conversione del Premio di Produzione (ovvero una quota aggiuntiva di stipendio che viene pagata dall’azienda al dipendente se questo raggiunge determinati obiettivi di produttività fissati dall’azienda stessa in via unilaterale o tramite accordi sindacali)  e del Premio di Partecipazione agli Utili di Impresa (somma erogata a soggetti terzi rispetto ai titolari di un’impresa che decidano di finanziare l’impresa stessa, in cambio di una partecipazione agli utili); ovvero la conversione di incrementi retributivi per i e le dipendenti in servizi di natura diversa, spesso sulla base dell’imperante dogma della produttività. In questo secondo caso, spesso, non stiamo trattando di iniziative unilaterali da parte del datore di lavoro, ma di misure adottate sulla base di un processo di contrattazione collettiva coi sindacati stessi. Per quanto concerne i beneficiari delle misure previste, questi sono in generale i lavoratori dipendenti di un’azienda, raggruppati in base a diversi criteri quali inquadramento, livello contrattuale, categoria spaziale, dipendenti con figli a carico, dipendenti con un determinato reddito, dipendenti che dovrebbero beneficiare di premi convertibili. La conversione degli aumenti retributivi, erogati sulla base dei risultati aziendali, oltre a comprimere salari sempre più miserabili, alimenta un sistema produttivo basato sulla flessibilità salariale che punta a intensificare la produttività attraverso l’iper sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori costretti a subire: aumenti dei carichi e dell’orario lavorativo, straordinari obbligatori, estensione dei turni…  Se per i lavoratori la diffusione di misure di welfare aziendale può compensare spesso lo smantellamento dei servizi pubblici e dunque il trasferimento delle incombenze della stessa riproduzione sociale in capo a singole e singoli, occorre anche fare chiarezza su quali siano i vantaggi per le aziende che decidono di assumersi in prima persona questa “responsabilità”. Innanzitutto occorre considerare che le misure di welfare aziendale prevedono un vantaggio fiscale per l’azienda, un aumento del potere di acquisto del dipendente stesso (basti pensare che la conversione di un premio di risultato in welfare aziendale comporta la completa deducibilità fiscale del premio stesso), e infine un miglioramento complessivo dell’ambiente di lavoro nell’azienda e della produttività complessiva (ovviamente a partire dalla prospettiva dei titolari). La detassazione del welfare aziendale riduce profondamente il gettito fiscale, contribuisce a sostenere le politiche di smantellamento dei servizi essenziali e investe l’intera società, in particolare le fasce più vulnerabili (precarie, disoccupate, studentesse…) alle quali vengono negati diritti universali che dovrebbero essere garantiti da uno stato sociale sempre più manchevole e sacrificabile.

Qual è la logica sottostante al sistema di welfare aziendale?

Il welfare aziendale, al di là degli specifici sgravi fiscali e introiti economici che sembrano più essere degli incentivi all’utilizzo di queste forme alternative di welfare, si inserisce nella logica generale della privatizzazione del servizio pubblico e dell’aumento di produttività aziendale. Se l’azienda decide di investire direttamente in misure di welfare lo fa innanzitutto per aumentare la fidelizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nei suoi confronti, procurando delle soluzioni immediate (ma limitate e contingenti), al complessivo smantellamento del welfare pubblico che fa emergere ancora una volta la sostanziale contraddizione tra sistema di produzione capitalistica e esigenze della riproduzione sociale. Per quanto concerne poi la conversione dei premi di risultato in servizi di welfare, appare evidente come il riconoscimento di quelli che un tempo erano considerati diritti spettanti ai cittadini (sanità pubblica, per esempio) o ai lavoratori su base contributiva, siano ormai vincolati al dogma della produttività . A diventar premi sono ormai gli stessi diritti, come quello a una pensione dignitosa, alla possibilità di lavorare senza venire private di tempo libero da dedicare ai nostri cari e a noi stesse. Inoltre la logica della produttività non fa che rafforzare le divisioni interne alla stessa azienda. Assistiamo quindi allo sdoganamento di una forma assolutamente privatizzata e individualizzata di elargizione di welfare  che riflette la frammentazione esistente nel mercato del lavoro attuale: il welfare stesso diviene uno strumento di controllo e disciplinamento dei lavoratori e delle lavoratrici, attraverso l’implementazione della retorica meritocratica per cui “ hai quel che meriti” e quindi più lavori, sacrificando te stessa, la tua vita, i tuoi affetti, più puoi sentirti tutelata e protetta, non importa che teoricamente dovresti godere di tutta una serie di diritti che troppo spesso risultano essere lettera morta.

Ma se tutto questo è possibile è perché lo Stato ha abdicato da tempo alla sua funzione di responsabilità pubblica: non si investe più in sanità, istruzione, servizi sociali pubblici e queste incombenze vengono scaricate sui singoli cittadini (e soprattutto cittadine) consentendo d’altra parte ai privati di trarre profitto da processi di monetizzazione di quelli che prima venivano riconosciuti come diritti grazie alla lotta di lavoratrici e lavoratori. Come su molti altri fronti, l’attuale emergenza coronavirus estremizza le contraddizioni del sistema: le scelte del governo inglese, riassunte nella frase “preparatevi a perdere molti dei vostri cari”, sono l’emblema di un’istituzione che rompe unilateralmente il patto su cui essa stessa fonda la propria legittimità. Cosa paghiamo a fare le tasse se la sanità e il welfare pubblico svaniscono quando più abbiamo bisogno di loro? Quando più i nostri corpi e il corpo sociale sono vulnerabili? Cosa eleggiamo a fare dei rappresentanti se, nel momento del bisogno sono pronti a scaricare milioni di persone, indipendentemente dai rispettivi bisogni e possibilità? É dalla fine degli anni ‘70 che ci stanno facendo abituare all’idea che non esista alternativa all’esistente, che dobbiamo accettare le gentili concessioni che ci vengono fatte dall’alto senza mai lamentarci. Ma noi siamo stufe di essere sfruttate.  A nostro parere, il fatto che siano ormai gli stessi sindacati confederali a utilizzare spesso il welfare aziendale come moneta di scambio in sede di contrattazione collettiva rappresenta un problema notevole: se non sono i sindacati a rivendicare gli interessi collettivi di lavoratori e lavoratrici e a rifiutare queste nuove forme di disciplinamento e controllo, a chi spetta farlo? Probabilmente, anzi, sicuramente a noi, ed è anche per questo che il nostro sciopero transfemminista tiene insieme il piano produttivo e quello riproduttivo.

Perché siamo contrarie al welfare aziendale?

Pe concludere, ci sembra abbastanza ovvio perché un movimento come il nostro sia in netta opposizione rispetto a forme privatizzate di welfare quali appunto il welfare aziendale, innanzitutto a partire da una prospettiva di classe. Ma l’intersezionalità ci insegna che la messa a valore delle categorie sociali articola diverse forme di oppressione e quindi la nostra critica è anche strettamente femminista: le donne costituiscono ancora la maggior parte delle dipendenti in posizioni inferiori, meno retribuite e meno garantite, e d’altra parte è su di noi che continua a incombere la responsabilità della riproduzione. Alessandra Vincenti[1] ci ricorda che il welfare aziendale “si traduce in un blocco di salari già bassi ed esclude chi è fuori dal mercato del lavoro (quindi soprattutto le donne, i cui diritti sociali rischiano di derivare dall’essere mogli o figlie o madri)”. Un altro punto essenziale poi è l’idea inerente al welfare aziendale, che siano le donne a doversi fare carico dell’esigenze di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro: “Considerando le maggiori difficoltà che le donne incontrano nell’accesso al mercato del lavoro, nella permanenza nel mercato e i differenziali salariali, è necessario interrogarsi se invece l’affermarsi del welfare aziendale acuirà le disuguaglianze di genere: la stessa frammentarietà delle carriere lavorative delle donne sono in contraddizione con un modello che lega allo stato di occupazione l’accesso ai servizi”.

Abbiamo sentito l’esigenza di mettere in chiaro la nostra contrarietà a questa diffusa pratica di monetizzazione di servizi e diritti, nonché di fare chiarezza su alcuni punti essenziali. E’ anche contro questi diffusi tentativi di scaricare su lavoratori e soprattutto sulle lavoratrici i costi di un sistema insostenibile da diversi punti di vista, che abbiamo deciso di strutturare il nostro sciopero transfemminista. Purtroppo, quest’anno abbiamo dovuto rimodulare l’organizzazione del nostro sciopero a partire dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in Italia e non solo. Ma proprio a partire da questa esperienza possiamo affermare con certezza che di welfare pubblico e di servizi universali c’è ancora bisogno. Le testimonianze di tante lavoratrici costrette a stare a casa e a badare ai figli, vista la chiusura delle scuole, senza poter intaccare la loro produttività e continuando a lavorare in remoto tra mille sacrifici ce lo dimostrano chiaramente. L’emergenza sanitaria in corso chiarifica come il privato venga meno quando si riducono i margini di profitto e non è un caso che la risposta all’epidemia in corso sia venuta primariamente e prioritariamente dalla sanità pubblica anche se a costo di sforzi sovraumani da parte del personale sanitario cronicamente in sottonumero in un sistema che ha subito privatizzazioni, esternalizzazioni, regionalizzazioni, mancate assunzioni, tagli di posti letto, chiusure di reparti e Pronto Soccorso ritenuti improduttivi. D’altra parte stiamo vedendo come l’assenza di un welfare pubblico e accessibile non solo ai lavoratori e lavoratrici più tutelati, stia esercitando una pressione fortemente negativa su precarie, part-time, partite IVA, tutta gente che mai come ora avrebbe bisogno di forme di sostegno economico che compensino i ricatti subiti dai datori di lavoro. Se le nostre vite non valgono, se i nostri diritti non ci vengono riconosciuti e se non siamo messe in condizione di lavorare degnamente, allora noi continueremo a scioperare!


[1] Alessandra Vincenti “In-corporate welfare” in “Lo sciopero delle donne”,  Alisa Del Re, Cristina Morini, Bruna Mura, Lorenza Perini (a cura di), manifestolibri, 2019, pp. 19-28

Le prigioni non sono compatibili con il femminismo

“Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità. Il carcere è considerato talmente “naturale” che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno”

(Angela Davis, Aboliamo le prigioni?, Roma, Minimum Fax, 2009, p. 21)

 Come transfemministe che cercano di mettere in atto pratiche intersezionali non possiamo che guardare alle rivolte nelle carceri di questi giorni, alle cause che le hanno provocate e agli effetti che hanno causato come un pezzo di quelle oppressioni e disuguaglianze che questa situazione di emergenza illumina.

Sappiamo, da tempo, che le carceri e il sistema penitenziario riproducono e legittimano le disuguaglianze che le fondano: in un circolo vizioso costante il carcere produce altro carcere, generando marginalità mentre dichiara di volere provvedere ad un re-inserimento. Il nostro femminismo non è compatibile con la struttura carceraria, con la punizione, il controllo, il dominio sui corpi intesi come “cura”. Il giustizialismo è frutto di una cultura patriarcale che genera carnefici e vittime ergendosi a tutore dell’uno o dell’altro in un gioco di ruoli che non offre soluzioni, non innesca processi di cambiamento e di liberazione ma genera e riproduce oppressione. Proprio perché sappiamo che la violenza è strutturale, sappiamo anche che non si può affidare alla repressione il compito di combatterla.

Per questo ci chiediamo: Cosa significa vivere uno stato d’eccezione in un carcere che è già, di per sé, stato d’eccezione a tutela della ‘normalità’? per chi valgono le regole sanitarie che ci chiedono di adottare se in carcere (e in tutti i luoghi di detenzione come i CPR o nei luoghi della produzione come le fabbriche) vengono ignorate? Cosa ci dice questo su quali vite valgono?

Il nostro grido di battaglia in questi anni è stato “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo” e per questo non possiamo che sentirci vicine a chi in questi giorni si è ribellat*, per protestare contro condizioni strutturali come il sovraffolamento (al 120% in Italia e al 150% in Lombardia), la mancanza di presidi sanitari e l’essere sottoposti alle decisioni arbitrarie di altr*, senza poter accedere direttamente alle informazioni, cose che in questi giorni si trasformano in un’ulteriore condanna. Per questo le dichiarazioni di condanna della violenza che arrivano ora dalle istituzioni suonano così particolarmente stridenti: sembrano non tenere in considerazione nè cosa le ha provocate, nè la violenza quotidiana implicita in una struttura coercitiva, gestita da anni forzando la stessa legalità stabilita dal potere e aggirandola costantemente con misure di eccezionalità.

È significativo che la prima misura presa nei confronti delle persone detenute sia quella della sospensione dei colloqui e di tutte le attività educative e formative: un isolamento che non tutela nessun*, anche perché la polizia penitenziaria continua a entrare e uscire. Per chi sta dentro la sospensione dei colloqui significa essere tagliato fuori dalle comunicazioni non mediate dall’istituzione e non sapere la sorte delle persone care, in un momento di crisi. Per chi sta fuori significa vedere alzarsi ancora di più quei muri che ci separano da chi sta dentro, far girare ancora di più la propria vita intorno ai ritmi del carcere, in attesa di una telefonata da 5 minuti come unico contatto. Le persone attualmente detenute non hanno informazioni e chi sta fuori non ha strumenti contro questa macchina immobile che è il sistema carcerario. L’impotenza è ciò che ci lega.

Nel nostro piano scrivevamo: “[…]Il diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, deve essere garantito pure in carcere, in luoghi di internamento e in tutte le condizioni di autonomia limitata.[…][…] Rivendichiamo il benessere dei nostri corpi e l’autodeterminazione degli spazi che attraversiamo contro i concetti dominanti di sicurezza e decoro. È necessario cominciare a costruire un territorio in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà. Riteniamo inoltre che l’accesso ai servizi sociosanitari debba avere carattere universalistico: in questo senso crediamo che non sia più rimandabile un cambiamento dei servizi stessi, per raggiungere una piena inclusione di tutte le soggettività e non solo quelle bianche, giovani, abili, eterosessuali e native. Vogliamo, perciò, un accesso incondizionato al diritto alla salute e al welfare”. A questo oggi aggiungiamo che reclamiamo amnistia e indulto subito, per permettere alla maggior parte delle persone detenute (spesso anziane, malate, tossicodipendenti, con residui di pena bassi, in attesa di giudizio, in semilibertà) di uscire e di usufruire di tutte quelle misure alternative al carcere che spesso sono solo per poch* e che vengono concesse sulle linee dei privilegi.

Mentre chiediamo amnistia, indulto e nessuna ritorsione per le rivolte di questi giorni, e mentre continuiamo a lottare per immaginare una società senza carceri e senza muri,  invitiamo chiunque abbia voglia di condividere con noi delle testimonianze a farlo: vogliamo essere il grido altissimo e feroce di chi non viene ascoltat*. 

Contattaci:

nonunadimenomilano@gmail.com

Canale Telegram: https://t.me/NonUnaDiMenoMilano
FaceBook: Non Una Di Meno – Milano
Instagram: @nonunadimeno.milano
Twitter: @nonunadimenomi

Radio pirata – LottoTuttoLAnno

Dopo LottoMarzo continuiamo con la nostra radio pirata

Ci trovate qui: http://abbiamoundominio.org:8000/nudm-milano.mp3

andiamo in onda il lunedì, il mercoledì e il venerdì alle 19 (se provi ad ascoltarci prima delle 19 o in altri giorni finisci in Error 404 ma niente panico! Riprovaci al giorno e all’ora giusta!) per raccontare questi giorni di quarantena e costruire strumenti per lottare insieme e per non sentirci sol@

qui i podcast (e sotto quelli della lunga diretta dell’8 marzo)

1 giugno – Le lotte transfemministe in Tunisia

19 maggio – Autoru e Pillole – trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: animali
10 maggio 2020 – Il diritto alla salute pubblica e la sua storia
4 maggio 2020 – Parliamo di DPCM, congiunti e lavoratoru dell’arte
27 aprile 2020 – Rent Strike, storia di uno sciopero globale
17 aprile 2020 – Cosa sta accadendo nel mondo della cultura e dello spettacolo
10 aprile 2020 – Jineologi e Kurdistan
3 aprile 2020 – Esperienze di solidarietà dal basso ai tempi di Covid19
27 marzo 2020 – Carceri ai tempi di Covid19
20 marzo 2020 – Obiezione Respinta, welfare, confindustria e fabbriche aperte

29 maggio – Diritto all’aborto: moltopiùdi194

15 maggio – Brigate Volontarie per l’Emergenza contro la violenza di genere
8 maggio – le lotte delle donne in Afghanistan
1 maggio 2020 – Primo Maggio Femminista Transnazionale – un programma che danza sulle note di una giornata di lotta
24 aprile 2020 – Palestina e storie di resistenza e lotta delle donne palestinesi
15 aprile 2020 – Seconda puntata sulla salute mentale: chi compie lavori di cura
8 aprile 2020 – Prima puntata sulla salute mentale ai tempi di Covid19
1 aprile 2020 – Sexting, revenge porn, piacere e sessualità
25 marzo 2020 – Tecnologie e spazi di resistenza
18 marzo 2020
2 giugno – Autoru e Pillole -trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: di nuovo queer

26 maggio – Autoru e Pillole -trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: queer
12 maggio – Autoru e Pillole -trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: amicizia
5 maggio 2020 – Autoru e Pillole – trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce.
28 aprile 2020 – Autoru e Pillole – trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce.
20 aprile 2020 – Sogni, dediche, posta del cuore e festeggiamenti
13 aprile 2020 – Necropolitica e cura, e il ruolo delle RSA nella pandemia di covid19
6 aprile 2020 – Autoproduzione di dispositivi di protezione
30 marzo 2020 – Seconda puntata sul lavoro di cura
23 marzo 2020 – Prima puntata sul lavoro di cura


radio Lottomarzo

In questo clima di emergenza non rinunciamo all’8 marzo: l’otto marzo nessun@s sarà sol@ – e non saremo sol@ nemmeno dopo!

Per questo stiamo cercando di costruire strumenti che siano partecipabili da tutte tuttu e tutti. Che non siano escludenti per chi non può o non vuole attraversare lo spazio pubblico con il proprio corpo. Che trasformino ogni spazio in uno spazio pubblico perchè abitato da molte voci e da molte lotte.


L’8 marzo abbbiamo mandato in onda una radio pirata: dalle 11 alle 19 in diretta streaming su http://abbiamoundominio.org:8000/lottomarzo.mp3

Una giornata in cui abbiamo raccontato tutto quello che succedeva nella Milano transfemminista in zona rossa, abbiamo ascoltato racconti e letture, domande e molta musica.

Trovate i podcast qui, in attesa di risentirci in diretta:

Le foto della passeggiata contro la violenza in Via Padova

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Il 7 ottobre all’angolo tra via Pasteur e via Padova una ragazza di 19 anni è stata aggredita e violentata.
Solo 24 ore prima, dall’altra parte della città, una studentessa di 18 anni è stata vittima di un tentato stupro.

Nelle strade delle nostre città dovremmo poterci sentire sicure, muoverci liberamente e senza dover ricevere continui apprezzamenti non desiderati, fischi, molestie verbali e fisiche.

Gli stupri e i femminicidi sono solo la manifestazione più evidente e drammatica della violenza che subiamo tutti i giorni, da sconosciuti, da amici, colleghi di lavoro, parenti e compagni.

Nel mondo 1 donna su 3 è stata vittima almeno una volta nella vita di stupro o di violenza.
In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal marito, dal compagno o da una persona che conosce. La maggioranza delle violenze avvengono tra le mura di casa.

Solo nell’ultimo mese a Milano e provincia, due donne sono state uccise per mano dei loro compagni: Adriana e Sharly, sono solo le ultime di una lunga lista di donne che hanno perso la vita, uccise da un uomo violento.

Il femminicidio e la violenza sono una cosa grave, riguardano tutte le donne, comprese le donne trans, che ancora di più sono vittime di discriminazione e violenza di genere.

Nella nostra città mancano spazi dove una donna si possa sentire sicura, chiedere aiuto, parlare di violenza e soprattutto essere aiutata a combatterla.
I centri antiviolenza per le donne rischiano di chiudere.

La risposta delle istituzioni è più polizia nelle strade, ma questa non è la nostra risposta. Vogliamo essere libere e sicure nelle strade come nelle nostre case.

Basta strumentalizzare i nostri corpi. Basta strumentalizzare le violenze che noi subiamo. Siamo stanche della retorica razzista e securitaria come risposta alla violenza di genere. Non vogliamo che gli stupri e le violenze vengano utilizzati per fare propaganda politica contro i migranti, per giustificare la presenza massiccia di polizia, soldati e controlli nelle strade, per alimentare il clima di odio e di discriminazione di stampo razzista e fascista. Il nostro corpo non è il terreno su cui legiferare, diciamo no alla violenza istituzionale e patriarcale dei decreti sicurezza.

Via Padova non è periferia ma uno dei cuori della nostra città. Questo è un quartiere dove convivono persone provenienti da tutti i paesi del mondo e vogliamo che rimanga così.
Non ci faremo spaventare dagli uomini violenti, le donne sono in grado di difendersi e tutelarsi, non abbiamo bisogno di altri militari nei nostri quartieri.

Sicurezza non significa più polizia!
Sicurezza vuol dire poter camminare libere in tutte le strade della città, e se subiamo violenza trovare un luogo accogliente dove poter essere ascoltate e aiutate.

Sicurezza significa avere i documenti, avere un lavoro ed una casa dignitosi.
Sicurezza significa essere libere di muoverci, di oltrepassare i confini come e quando vogliamo, senza subire torture e soprusi.

Per questo scendiamo per le strade, per mostrare la nostra rabbia e la nostra forza, noi esistiamo e non staremo zitte di fronte all’ennesima violenza contro qualsiasi donna, persona trans o non binaria.

Siamo ovunque, viviamo in tutti i quartieri di questa città, e gridiamo: Non una di meno!
Perché nessuna di noi venga uccisa, violentata o maltrattata.

No alla violenza sulle donne, in nessuna casa e in nessuna strada della città.

No alla violenza sulle donne, in nessuna casa e in nessuna strada della città.

Noi siamo donne come voi, viviamo in tutti i quartieri di questa città, e gridiamo: Non una di meno!
Perché nessuna di noi venga uccisa, violentata o maltrattata.