TOPONOMASTICA TRANSFEMMINISTA – 8 marzo 2021

SCIOPERO TRANSFEMMINISTA GLOBALE

8 MARZO 2021

Le vie e le piazze della nostra città sono quasi sempre dedicate a uomini eterosessuali e cisgender, preferiti alle donne e alle persone lgbtqia+ anche quando si tratta di colonizzatori e stupratori o sterminatori in qualche guerra.
In tutta Italia solo il 4% delle strade è intitolato a figure femminili e, oltre a principesse e regine, nel 50% dei casi si tratta di sante, martiri e madonne. Una narrazione dunque che descrive le donne come vittime, martiri o sante, senza mai prendere in considerazione le azioni delle moltissime soggettività considerate da sempre come “subordinate”, ma che hanno fatto la storia. Nel caso di figure maschili il criterio, ormai consolidato e introiettato è quasi sempre l’opposto: eroi di guerra, famosi poeti, pittori, filosofi, inventori, etc… gli stessi che troviamo nei libri di storia. Di donne*, però, neanche l’ombra.


A Milano “su 4250 vie e piazze, 2538 sono dedicate a figure maschili e 141 a figure femminili. Di queste, 43 riguardano Madonne e Sante” come riporta la ricerca di Toponomastica Femminile, dunque facendo due calcoli solo l’1,5% è dedicato a figure femminili. Le strade intitolate a donne sono meno di quelle dedicate ai monti, ai fiori e agli arbusti. Così la città si fa specchio della tessitura narrativa della storia che ci hanno insegnato, una storia a metà dove donne, persone lgbtqia+, disabili non trovano spazio. Con questa azione simbolica vogliamo iniziare a buttar giù il muro dell’invisibilità dietro al quale, da secoli, queste soggettività vengono messe. Via per via, piazza per piazza butteremo giù questo muro. 


Abbiamo deciso di colpire per prime proprio quelle figure che non possiamo accettare vengano elogiate nello spazio pubblico (dal generale Cadorna al politico Mac Mahon, etc…) scrivendo sulla targa “Rejected” e apponendo sotto la targa nuova. Non abbiamo nulla in contrario ai mughetti o ai ciclamini, ma crediamo che la partigiana Lidia Menapace o l’attivista per la Terra e i diritti umani Berta Cáceres meriterebbero una menzione.
La scelta dei nomi della toponomastica ufficiale, ovviamente, esclude persone migranti, nere, rom e quando compaiono nomi di luoghi oltre confine, si tratta spesso di città e simboli che celebrano le gesta del colonialismo italiano, senza critica nè contesto. Come è possibile non chiedersi cosa provano le donne* di fronte al monumento che ritrae Cavour con una donna affacciata ai suoi piedi, oppure le ragazze*, magari milanesi di origine Eritrea, che fanno una passeggiata ai giardini Indro Montanelli, che praticò e rivendicò il madamato?
Nella città transfemminista che vogliamo, intitolare una piazza o una via a chi da sempre è esclus* dalla narrazione ufficiale, diventa un’occasione per contrastare la cultura della violenza attraverso la memoria e la conoscenza di un’altra Storia. L’obiettivo è quello di estendere questo criterio a tutto il territorio, come già prima di noi ha iniziato a fare l’associazione Toponomastica Femminile: https://www.toponomasticafemminile.com/sito/.

Le strade sicure le fanno le donne* che le attraversano, e se queste strade non fossero dedicate a colonialisti e stupratori sarebbe anche meglio.

QUI PUOI VEDERE DOVE SI TROVANO LE NUOVE VIE TRANSFEMMINISTE

ASIA RAMAZAN ANTAR, nome di battaglia Viyan Antar
(Al-Qamishli, 1997 – Manbij, 30 agosto 2016) è stata una combattente e attivista curda con cittadinanza siriana. Molti notarono la sua bellezza esteriore ma la sua vera bellezza stava nel suo coraggio, nelle sue eroiche azioni e nella sua autodeterminazione. Nata in una famiglia curda, Asia Antar si sposò molto giovane in un matrimonio combinato dalla sua famiglia. Tuttavia, dopo tre mesi, divorziò grazie alle nuove leggi nella regione curda. Nel 2014, dopo il divorzio, entrò a far parte delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) per combattere lo Stato Islamico nel conflitto del Rojava (amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est) e con l’ideale di lottare per l’emancipazione delle donne, perché non voleva essere schiava dell’ISIS, del sistema patriarcale e anche della sua famiglia. Le sue compagne del battaglione dicevano che Viyan (così come veniva soprannominata da loro) non taceva mai davanti a nessuna ingiustizia e soprattutto non era mai disposta a nessun compromesso. Alle sue compagne raccontava: «Se un giorno io sarò martire vi chiedo di non usare il nome Asia ma il nome Viyan, e di ripetere 3 volte “le martiri non muoiono” perché io lascerò tutte le mie emozioni e la mia voglia di cambiare il mondo a voi», e ancora «quando guarderete le mie compagne, vedrete anche me». Fu uccisa durante un attacco nella città di Manbij, in un’offensiva in cui il suo battaglione fu circondato dai jihadisti: chiese alle sue compagne di allontanarsi e, coraggiosamente, cercò di proteggerle per far in modo che potessero uscire dalla trappola. Le sei compagne che erano con lei si salvarono. La notizie del suo martirio raggiunse subito ogni angolo del Rojava, e diversi battaglioni si avviarono per andare a liberare il villaggio e recuperare il corpo di Viyan. Il suo corpo fu ritrovato il giorno dopo, dopo la liberazione del villaggio dai jihadisti.
KIKUE YAMAKAWA 
(Tokyo, 3 novembre 1890 – Tokyo, 2 novembre 1980) è stata una femminista, scrittrice e attivista giapponese. Lo status relativamente privilegiato della sua famiglia, discendente da samurai di Mito, le permise di iscriversi nel 1908 ad un’accademia di lingua inglese. Nei suoi anni universitari si avvicinò a compagne femministe, partecipò alle pubblicazioni del giornale periodico Seitō (Calze blu) e fu coinvolta nel movimento femminista Seitōsha (Circolo Seitō). Nell’aprile 1921 contribuì alla fondazione dell’associazione socialista Sekirankai (Associazione dell’Onda Rossa): lo scopo principale era l’abolizione del capitalismo, visto come fonte primaria dell’oppressione nei confronti delle donne. Nello specifico l’associazione lottava affinché uomini e donne percepissero la stessa retribuzione, affinché la prostituzione fosse abolita e venissero stabiliti diritti speciali a tutela della maternità. Entrò nel Partito Socialista Giapponese. Contribuì a organizzare una serie di conferenze sui problemi delle donne al Kanda Seinen Kaikan. Nel 1925 pubblicò un manifesto in sei punti per chiedere la parità dei diritti di genere. Per quanto riguarda il movimento per il suffragio femminile, Kikue Yamakawa pensava che concentrarsi sul diritto di voto, ma senza alcuna critica di ciò che la società doveva essere, o senza decidere lo scopo del voto, avrebbe perpetuato la disuguaglianza delle donne, utilizzandole come armi della dittatura. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, scrisse articoli su commissione e diventò capa dell’Ufficio per le donne e i minori presso il Ministero del lavoro fino al 1951. Kikue Yamakawa porterà avanti la sua attività di scrittrice fino alla morte.
MARGHERITA HACK 
(Firenze, 12 giugno 1922 – Trieste, 29 giugno 2013) è stata un’astrofisica, accademica, divulgatrice scientifica e attivista. Figlia unica, era una bambina solitaria: suo padre fu il suo primo, e spesso unico, compagno di giochi, in seguito al suo licenziamento in quanto non iscritto al partito fascista. Era la madre a mantenere la famiglia. Ricevette dai genitori i valori fondamentali di libertà e giustizia; di suo aggiunse la scelta vegetariana (era un’animalista convinta) e la difesa appassionata di molte battaglie civili, come quelle a favore dell’eutanasia e del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Non credeva in nessuna religione: era un’atea convinta. Maturò il suo antifascismo solo all’indomani del 1938, colpita dall’applicazione delle leggi razziali. Dopo gli studi classici e i successi nella pallacanestro e nell’atletica leggera, si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Firenze. Delusa dalle prime lezioni, si trasferì alla facoltà di fisica. Durante la tesi di laurea, cominciò a occuparsi della spettroscopia delle stelle che, insieme alla radioastronomia, rimase al centro dei suoi studi per tutta la vita. Nel 1945, a guerra conclusa, si laureò. Nel 1954 inaugurò una lunga carriera di divulgatrice scrivendo pubblicazioni scientifiche, testi universitari, diversi libri di successo, e fondando due riviste (“L’Astronomia” e “Le Stelle”). Per dieci anni girò le università di mezzo mondo finché, nel 1964, ottenne la cattedra di astronomia a Trieste e le chiavi dell’Osservatorio astronomico di Trieste che, sotto la sua direzione quasi trentennale, divenne un’istituzione di riferimento a livello internazionale. Entrò in politica e si candidò più volte nelle liste del PdCI con cui fu eletta nel 2006 alla Camera, ma rinunciò al seggio per non abbandonare le sue ricerche scientifiche.
ROSSANA ROSSANDA 
(Pola, 23 aprile 1924 – Roma, 20 settembre 2020) è stata una giornalista, scrittrice e traduttrice italiana. Dopo l’infanzia trascorsa presso il Lido di Venezia, si stabilì insieme alla famiglia a Milano. Iscrittasi alla facoltà di filosofia dell’Università degli Studi di Milano, si laureò a pieni voti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, partecipò giovanissima alla Resistenza in qualità di partigiana, col nome di battaglia di Miranda e, al termine del conflitto, s’iscrisse al Partito Comunista Italiano. Diventò dirigente del PCI negli anni ’50 e ’60, consigliera comunale, poi responsabile nazionale della Cultura del PCI, con l’incarico d’organizzarne la ripresa delle attività, a cominciare dalla Casa della Cultura a Milano. Nel 1963 fu eletta per la prima volta alla Camera dei deputati e poi di nuovo nella V legislatura. Radiata con l’accusa di “frazionismo” dal comitato centrale del PCI nel 1969, entrò nel gruppo fondatore del giornale Il manifesto, prima rivista e poi quotidiano. Dopo essere stata direttrice de Il manifesto sin dalla fondazione, decise di lasciare per alcuni anni la politica attiva per dedicarsi al giornalismo ed alla letteratura, senza però abbandonare il dibattito politico e la riflessione sui movimenti operaio e femminista italiani. Ne La ragazza del secolo scorso, come ha titolato la sua autobiografia, si raccontò come una comunista “ingraiana”, una comunista “eretica”, portatrice coraggiosa di un pensiero critico e autonomo, non condizionato da opportunismi, una “signora rossa” o forse molto più semplicemente una “ragazza del secolo scorso”, il Novecento. «Guardo alle mie date: a quindici anni è la guerra, a venticinque la guerra fredda, a trentacinque è il comitato centrale del più grosso partito comunista d’occidente, a quarantacinque questo partito si libera di me», scriveva di sé Rossana Rossanda.
SORELLE MIRABAL
Patria Mercedes Mirabal (Ojo de Agua, 27 febbraio 1924 – Salcedo, 25 novembre 1960), María Argentina Minerva Mirabal (Ojo de Agua, 12 marzo 1926 – Salcedo, 25 novembre 1960), Antonia María Teresa Mirabal (Ojo de Agua, 14 ottobre 1935 – Salcedo, 25 novembre 1960) e Bélgica Adela Mirabal-Reyes (Ojo de Agua, 1º marzo 1925 – Salcedo, 1º febbraio 2014) sono state quattro sorelle dominicane che si opposero alla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo. Tre di loro furono assassinate il 25 novembre 1960 a causa della loro opposizione al regime. La ribellione e l’impegno di queste tre donne di fronte alle atrocità della dittatura iniziarono con la costituzione nel 1960 del Movimento 14 di giugno, dove prima Minerva e poi anche María Teresa usarono come nome in codice Mariposas (Farfalle). Questo gruppo politico clandestino e dissidente si diffuse in tutto lo stato, organizzato in nuclei che lottavano contro la dittatura, una delle più feroci dell’America Latina. Nel gennaio del 1960 il movimento venne scoperto dalla polizia di Trujillo e i suoi membri vennero perseguitati e incarcerati, tra questi le sorelle Mirabal e i rispettivi mariti. Le sorelle vennero liberate dopo alcuni mesi, ma i loro mariti restarono reclusi. Il 25 novembre 1960, accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, andarono a trovare i mariti in carcere, ma l’auto, sulla quale viaggiavano le tre sorelle e l’autista, venne fermata e i passeggeri furono costretti a scendere dal veicolo per essere portati in una piantagione di canna da zucchero, dove vennero poi uccisi a bastonate. I loro corpi furono in seguito rimessi nella loro macchina, che venne fatta precipitare da un dirupo per simulare un incidente.
Con la morte delle sorelle Mirabal, Trujillo pensò di aver eliminato un grosso problema, ma ciò gli causò grandi ripercussioni che culminarono con l’assassinio del dittatore nel 1961. In loro ricordo, il 25 novembre si commemora la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: la commemorazione di questa data ha origine dal Primo Incontro Internazionale Femminista, celebrato in Colombia nel 1980, in cui la Repubblica Dominicana propose questa data in onore delle tre sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal morte proprio il 25 novembre.
Simone Weil
(Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943) è stata una filosofa, scrittrice e una combattente per la giustizia e il rispetto della dignità umana. Nacque in una colta famiglia ebrea non praticante. Studiò all’École Normale, insegnò filosofia nelle scuole di alcune città di provincia, interessandosi al contempo all’istruzione e ai problemi di operai, contadini e disoccupati. Si unì agli scioperanti e militò come sindacalista, inventando gesti provocatori, come la divisione del suo salario con i disoccupati. In occasione di alcuni viaggi, si rese conto in anticipo del dramma dell’ascesa del nazismo e del diffuso stato di miseria delle popolazioni. Si impegnò allora nella denuncia di queste condizioni, pubblicando articoli di critica socio-politica che condannavano i totalitarismi di destra e di sinistra, prendendo posizioni pacifiste. Nel 1936 si unì in Spagna alle brigate internazionali che combattevano nella guerra civile. Sfollata con i suoi familiari a Marsiglia prima, e a New York poi, a causa della persecuzione nazista, rientrò ben presto per unirsi alla Resistenza. Anche se non le fu consentito raggiungere il fronte, partecipò come redattrice al comitato nazionale France Libre del generale De Gaulle a Londra. La sua critica al colonialismo svelò le analogie fra lo strapotere del dominatore europeo nei territori colonizzati dell’Africa e la barbarie ideologica che invadeva le nazioni d’Europa. Mosse obiezioni al marxismo e alla struttura partitica; cercò di avanzare proposte per un uso del coraggio che non fosse violenza. La condizione fisica di Simone Weil si indebolì in tempo di guerra quando, per solidarietà con i suoi concittadini, ridusse l’alimentazione ai limiti consentiti dalla tessera di razionamento. Ammalatasi infine di tubercolosi, morì nel sanatorio di Ashford il 24 agosto del 1943.
BAYA JURQUET
(Algeri, 9 aprile 1920 – Marsiglia, 7 luglio 2007) è stata una femminista e un’attivista impegnata nelle lotte per l’emancipazione delle donne in Algeria e per la difesa e la promozione del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Nacque nel 1920, all’epoca in cui l’Algeria era ancora una colonia, e per questo aveva la cittadinanza francese, ottenuta dal padre perché veterano ferito della grande guerra. Studiò alla scuola francese fino all’età di 11 anni. Dopo le lotte della prima infanzia, guidò l’attivismo contro le disuguaglianze di genere, per l’indipendenza dell’Algeria e contro il razzismo e il colonialismo. Segretaria generale dell’Unione nazionale delle donne algerine e membro del Comitato centrale del Partito Comunista Algerino (PCA), durante la rivoluzione di liberazione nazionale del 1955, organizzò manifestazioni composte da mogli dei prigionieri. Venne incarcerata in Francia nel 1956, e le autorità francesi le proibirono di tornare ad Algeri. Si stabilì a Marsiglia continuando la lotta per l’indipendenza algerina, in particolare facendo da staffetta per l’FLN e sostenendo i militanti francesi impegnati a fianco dei combattenti algerini. Nel maggio 1968, partecipò attivamente alla distruzione delle baraccopoli e alla difesa degli immigrati marsigliesi contro il Front National. A partire dagli anni ’70, diventò membro dell’ufficio nazionale del Movimento contro il razzismo e per la solidarietà tra i popoli (MRAP). Durante la guerra civile algerina degli anni ’90, gestì delle strutture di assistenza per bambini orfani e appoggiò i militanti imprigionati a Marsiglia, riuscendo anche ad entrare in prigione con diversi stratagemmi. Diventò presidentessa del MRAP di Marsiglia e dell’Unione nazionale delle donne algerine. Baya Jurquet lottò per tutta la vita, senza mai poter ritornare nel suo paese d’origine.
Elena Rasera
(Santa Giustina, Belluno, 1° gennaio 1914 – Milano, 10 giugno 2019), di famiglia antifascista, a 21 anni si trasferì, con la sorella Lina, a Milano dove lavorò come operaia della fabbrica Olap (Officine Lombarde Apparecchi di Precisione), complesso industriale che produceva strumenti di precisione per la telefonia e la radiofonia, e che contava 3.000 operai fra cui ben 1.700 donne. Durante la guerra, la fabbrica assunse un ruolo importante in ottica militare, ma divenne anche simbolo della Resistenza milanese al nazifascismo: qui si registrarono atti di sabotaggio, attività clandestine, manifestazioni e scioperi. Elena Rasera dall’inverno del 1943 guidò i Gruppi di Difesa della Donna (GDD), strutturati in piccole unità di 2-3 lavoratrici, collegate le une con le altre, che avevano l’importante compito di distribuire volantini e materiale di propaganda. Nel marzo 1944, organizzò lo sciopero a cui aderirono ben 500 operaie: dopo aver scollegato la corrente elettrica agli impianti, furono le donne a uscire per prime dai posti di lavoro proteggendo i colleghi uomini, più esposti agli arresti e alle rappresaglie. Ad ottobre 1944, i fascisti trovarono delle armi nella fabbrica e, come rappresaglia, uccisero ed arrestarono alcuni operai dello stabilimento: la partigiana si dette allora alla clandestinità, assunse il nome di battaglia Olga, ed ebbe l’incarico di Capo servizio di collegamento e diffusione della stampa clandestina nella zona tra Porta Venezia e Rogoredo. Elena Rasera ha ricevuto la medaglia e il diploma di partigiana dal Ministero della Difesa nella ricorrenza del 70° anniversario della Liberazione e l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano.
Berta Cáceres
Berta Isabel Cáceres Flores (Honduras, 4 marzo 1971, 1972 o 1973 ​- La Esperanza, 2 marzo 2016) è stata un’ambientalista e attivista per i diritti delle popolazioni indigene honduregna. Cresciuta nel clima violento dell’America Centrale, si ispirò alla madre, Berta Flores, ostetrica proveniente da El Salvador e impegnata nel sociale. Leader del popolo indigeno Lenca, Berta Cáceres co-fondò nel 1993 il Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras, organizzazione tuttora esistente e dedita alla difesa dell’ambiente nel Dipartimento di Intibucá e alla salvaguardia dei diritti degli indigeni Lenca. Guidò diverse campagne su molteplici temi tra cui la deforestazione illegale, la lotta contro i grandi proprietari terrieri e la presenza illegale di basi statunitensi nelle terre indigene, oltre che numerose battaglie femministe e per i diritti della comunità LGBTQIA+. A partire dal 2006 condusse le proteste delle comunità locali contro la costruzione di alcune dighe idroelettriche sul fiume Gualcarque, impedendo l’accesso alle compagnie costruttrici. Riconosciuta a livello internazionale per il suo attivismo ambientalista, Berta Cáceres è stata insignita di numerosi premi, tra cui il Goldman Environmental Prize nel 2015 per la campagna di salvaguardia ambientale con cui è riuscita a evitare la costruzione di una diga sul Río Gualcarque, considerato sacro dai Lenca. Il 2 marzo 2016, dopo anni di lotte e numerose minacce ricevute, fu uccisa a colpi di fucile nella sua abitazione, a causa della sua attività politica («L’esercito possiede una lista di 18 difensori dei diritti umani da uccidere ed il mio è il primo nome. […] Mi vogliono morta, e alla fine ci riusciranno»). A cinque anni dall’assassinio, il suo fondamentale contributo continua a vivere nelle lotte in difesa dei diritti umani e per la salvaguardia del territorio in Honduras e in tutto il mondo. 
Susana Chávez
Susana Chávez Castillo (Ciudad Juárez, 5 novembre 1974 – Ciudad Juárez, 6 gennaio 2011), è stata un’attivista, giornalista e poetessa messicana. Iniziò a scrivere all’età di 11 anni, e partecipò a numerosi festival letterari e culturali. Fu una delle prime attiviste a denunciare l’escalation di violenza a Ciudad Juárez, contribuendo a rendere note le decine di femminicidi avvenuti nella sua città natale (dal 1993 centinaia di donne sono state sequestrate, violentate, torturate, uccise, o scomparse nel nulla; anche nel 2020 Ciudad Juárez è stata la prima città in Messico per numero di femminicidi). È considerata l’autrice della frase “Ni una mujer menos, ni una muerta más” (“Non una donna di meno, non una morta in più”) e della frase “Ni una más, adottata durante la metà degli anni ’90 come slogan contro la violenza sulle donne in Messico e poi trasformata nella formula internazionale “Ni Una Menos” (Non Una di Meno). La sua attività come militante per i diritti civili e contro la violenza di genere includeva la regia di cortometraggi, la realizzazione di brevi documentari, la lettura delle proprie poesie in piazza durante le manifestazioni e le commemorazioni delle donne uccise. Al momento del brutale femminicidio, che ha spezzato la sua vita all’età di 36 anni, studiava psicologia all’università e stava lavorando alla scrittura di un libro di poesie. Fu trovata uccisa il 6 gennaio 2011 a Cuauhtémoc (suo quartiere natale), ma il riconoscimento del corpo avvenne solo cinque giorni dopo. Il suo cadavere, con una mano sinistra mozzata, è stato trovato seminudo, con la testa avvolta in una borsa nera: il suo volto nascosto simbolicamente evocava la volontà di soffocare la sua voce per sempre. I presunti assassini, tre ragazzi di 17 anni, furono arrestati. Al funerale, sua madre mise nella bara un foglio con su scritto parte della poesia che Susana Chávez aveva scritto in onore di un femminidio: “Sangue mio, di alba, di luna tagliata a metà del silenzio […]”. Le sue poesie sono raccolte nel blog personale Primera Tormenta.
SYLVIA RIVERA
(New York, 2 luglio 1951 – New York, 19 febbraio 2002), è stata una drag queen latinoamericana, nota per aver partecipato e contribuito ad accendere, insieme a Marsha P.Johnson, nella notte fra il 27 ed il 28 giugno 1969, la rivolta allo Stonewall Inn, un locale gay di New York, momento fondativo delle lotte della comunità LGBT. Nata da genitori di origine latino-americana, abbandonata dal padre e rimasta orfana dopo il suicidio della madre, fino all’età di 11 anni fu vittima di violenze e abusi, e fu data in affidamento più volte. Fuggita di casa cominciò a prostituirsi per sopravvivere, entrando in contatto con la comunità drag newyorkese prima e con i gruppi LGBT e femministi poi. Nel febbraio 1970 si unì alla Gay Activists Alliance. Nello stesso anno, concentrò il suo impegno nelle lotte in difesa delle persone trans senzatetto, costruendo, insieme all’amica Marsha P. Johnson, l’organizzazione politica STAR – Street Transvestite Action Revolutionaries. Esclusa dal movimento gay americano che non accettava le drag queen, i transgender, gli homeless, le sex worker e i detenuti LGBT, si allontanò dalla scena politica di quegli anni, pur sfilando alle manifestazioni del Pride. Dopo una fuga dalla City, nella seconda metà degli anni ‘90 tornò a New York per aiutare le persone affette da Aids. Verso la fine della sua vita, visse da senzatetto vicino allo Huston River Boulevard, tentando più volte il suicidio. Cinque anni prima della morte, avvenuta per tumore al fegato nel 2002, dopo essersi disintossicata, Sylvia riprese il suo impegno attivo all’interno della comunità LGBT, riaprendo la STAR e contribuendo all’approvazione di due leggi: la New York City Transgender Rights Bill e la New York State Sexual Orientation Non Discrimination Act, volte a garantire maggiori diritti alle persone transgender.
RITA HESTER
(Hartford, Connecticut, 30 novembre 1963 – Boston, 28 novembre 1998), è stata una donna afroamericana transgender molto conosciuta e amata a Boston, specialmente nella comunità trans e nelle comunità LGBT afroamericane. Musicista, ballerina e performer drag, era descritta, da chi la conosceva, come intelligente, bella, brillante ed elegante. Fu uccisa il 28 novembre 1998 nel suo appartamento ad Allston (quartiere di Boston), nel Massachusetts, con 20 pugnalate da mano sconosciuta. In seguito al suo assassinio la comunità lottò per vedere la vita e l’identità di Rita Hester coperte rispettosamente da tutti i giornali locali. Quando i giornali cominciarono a parlare dell’omicidio, però, lo fecero al maschile: per loro Rita era una seconda identità, non la sua vera identità. Con questo gesto cancellarono Rita Hester come l’avevano eliminata i suoi assassini, la uccisero una seconda volta. Se da un lato gli omicidi vogliono cancellare l’esistenza delle persone transgender, dall’altro la legge e i media tendono a completare l’opera: la polizia, infatti, registrò Rita Hester con il nome “John Doe”, nome utilizzato per i defunti maschi anonimi vittime di omicidio, e non si preoccupò di indagare e di fare giustizia. Una settimana dopo la sua morte, 250 persone organizzarono una veglia per commemorarla. Nel 1999 Gwendolyn Ann Smith pensò che quel momento non dovesse essere dimenticato: così nacque l’International Transgender Day of Remembrance (TDoR), che cade il 20 novembre di ogni anno, per ricordare le vittime della transfobia e ribadire quanto sia necessario eliminare le disuguaglianze e dire stop ai crimini commessi nei confronti delle persone transgender.
Tina Modotti
Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942) è stata un’attivista, attrice ma soprattutto una delle più grandi fotografe del ‘900. La sua vita fu segnata da continui trasferimenti e da radicali cambi di vita: i genitori decisero di emigrare in Austria alla ricerca di condizioni economiche migliori, e successivamente di ritornare di nuovo in Friuli; Tina Modotti partì poi per gli Stati Uniti per raggiungere il padre da tempo emigrato. Lavorò come operaia e come attrice; la sua carriera di fotografa cominciò invece quando conobbe Edward Weston. Negli anni si trasferì in Messico, in URSS e in diverse città europee. Pioniera del fotogiornalismo sociale per oltre un decennio, concepì quest’attività come strumento al servizio della società: arte e politica costituirono per molti anni un binomio inscindibile, in una fusione costante tra tensione estetica e impegno politico. Il 1927 fu l’anno dell’iscrizione al PCM e dell’inizio della fase più intensa del suo attivismo politico, proprio come per la sua attività fotografica, tanto che fu scelta come fotografa ufficiale del movimento muralista messicano. In questi anni fece amicizia anche con Frida Kahlo, con la quale intrecciò una relazione amorosa. Espulsa dal Messico per il suo attivismo, nella seconda parte della sua vita, Tina Modotti diventò una militante del partito comunista: fu attiva sia in Russia che sul fronte spagnolo con le brigate internazionali durante la guerra civile. Si impegnò in prima linea per un’umanità più libera e giusta, per portare soccorso alle vittime civili dei conflitti. Non poté mai tornare alla sua amata terra natale (Udine) a causa delle sue attività antifasciste e di una morte prematura avvenuta ad appena 46 anni. Anche se non ci sono prove concrete, potrebbe essere che Vittorio Vidali, suo compagno di vita e di partito, sia coinvolto nel suo omicidio, ma la versione ufficiale è che la fotografa, tornando a casa da una cena con amici in un taxi, fu colpita da infarto.
LIDIA MENAPACE
Lidia Menapace, nata Lidia Brisca (Novara, 3 aprile 1924 – Bolzano, 7 dicembre 2020) è stata un’attivista di spicco del movimento pacifista, femminista, antimilitarista, politica e saggista. Ci ha insegnato che lottare e combattere non vuol dire mai “guerra”: suo infatti era lo slogan “Fuori la guerra dalla Storia”. Staffetta partigiana durante la Resistenza con il nome di battaglia Bruna, ne ha tramandato la memoria con numerosi interventi nelle scuole. Si laureò in letteratura italiana, nel dopoguerra si impegnò con la Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), e nel 1964 diventò la prima donna eletta nel Consiglio provinciale di Bolzano con la Democrazia Cristiana; in quella stessa legislatura fu anche la prima donna ad entrare nella giunta provinciale. Lasciò la DC e, dopo essersi professata marxista, perse ogni possibilità di fare carriera all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove aveva l’incarico di lettore di Lingua italiana e metodologia degli studi letterari. Simpatizzò per il PCI, e nel 1969 venne chiamata dai fondatori del primo nucleo del giornale Il manifesto, per il quale ha scritto fino agli anni ‘80. Nel 1973 Lidia Menapace fu tra le promotrici del movimento Cristiani per il Socialismo. Dal 2006 al 2008 fu senatrice di Rifondazione Comunista. Nel 2011 entrò nel Comitato Nazionale ANPI: «Ho il brevetto di partigiana combattente con il grado di sottotenente. Sono ex tante cose ma non ex partigiana, perché essere partigiani è una scelta di vita». Per prima mise l’accento sull’importanza del “linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo”, anticipando una delle rivendicazioni tutt’oggi cruciali. Ci ha regalato la definizione più suggestiva del movimento femminista: lo ha definito “carsico”, come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza.
ISABELLA MARINCOLA
(Mogadiscio, 16 settembre 1925 – Bologna, 30 marzo 2010), nacque in Somalia da madre somala e padre italiano: il padre, Giuseppe Marincola, era un maresciallo di fanteria dislocato nel Corno d’Africa dove l’Italia occupava i suoi possedimenti coloniali. Al rientro dalla missione, riconobbe i due figli, Isabella e Giorgio, e li portò in Italia: i due diventarono così italiani neri a Roma, negli anni del Fascismo e delle leggi razziali. Isabella Marincola ebbe un’infanzia tormentata dal pessimo rapporto con la matrigna che vedeva nel colore della pelle della ragazza la prova inconfutabile del tradimento del marito. Nel 1945, dopo la notizia della morte del fratello Giorgio (Medaglia d’Oro al Valor Militare) per mano dei nazisti in Val di Fiemme (Trento), la situazione in casa si deteriorò ulteriormente e, rimasta sola, decise di fuggire. Iniziò a guadagnarsi da vivere facendo la modella per vari artisti, e dedicandosi al cinema ed al teatro. Negli anni ’50 tornò a Mogadiscio dove incontrò la madre biologica, Aschirò Hassan. Lì visse per trent’anni, sino allo scoppio della guerra civile somala del 1991. La vita di Isabella Marincola è raccontata nel libro Timira. Romanzo Meticcio, scritto da Giovanni Cattabriga (conosciuto con lo pseudonimo Wu Ming 2), da Isabella stessa e da suo figlio Antar Mohamed Marincola. Il razzismo verso di lei, italiana dalla pelle scura, è stato onnipresente, ma nel tempo si è modificato: durante la dittatura era compiuto esito del colonialismo; negli anni ’90 era la declinazione aggressiva e violenta di un’Italia in crisi. In un’intervista raccontò: «Per lungo tempo, mi sono raccontata che mio padre è stato un gentiluomo […] Ma ora che ascolto mia madre, ora che lei può parlare, mi rendo conto che devo accettarlo: sono figlia di una violenza […]».
Ipàzia
(Alessandria d’Egitto, 350/370 – Alessandria d’Egitto, marzo 415) è stata una matematica, astronoma e filosofa greca antica. Sin da piccola fu incoraggiata negli studi dal padre, il filosofo Teone, e ne divenne allieva. Studiò quindi presso la Scuola neoplatonica, oltre che nella biblioteca d’Alessandria, sino ad assumere ella stessa la guida della scuola neoplatonica alessandrina in un modo che, secondo le fonti storiche, fu originale ed eclettico. Oltre a tradurre e divulgare molti classici greci, insegnò e diffuse fra i suoi discepoli le conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche all’interno del Museo di Alessandria, nelle strade e presso la sua stessa dimora. Arrivò a formulare ipotesi sul movimento della Terra ed inventò l’astrolabio, il planisfero e l’idroscopio. Fu un’influente politica, maestra di pensiero e consigliera. I suoi scritti non sono arrivati ai nostri giorni, probabilmente a causa di uno dei tanti incendi che distrusse la biblioteca d’Alessandria. La sua vita è stata tramandata per via indiretta soprattutto attraverso le lettere dell’amico Sinesio, il discepolo più illustre di Ipàzia. Non si convertì mai al cristianesimo e, in un clima di fanatismo, di ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana, Ipàzia venne trucidata nel marzo del 415, lapidata in una chiesa da una folla di fanatici. Il suo nome è diventato famoso durante l’Illuminismo, quando si iniziò a ricordarne la libertà di pensiero e l’alto livello a cui erano giunti i suoi studi. Da allora viene citata come simbolo della libertà di pensiero e dell’indipendenza della donna, oltre che come martire pagana e più in generale vittima del dogmatismo fondamentalista.  
Buffalo Calf Road Woman o Buffalo Calf Trail Woman
o più semplicemente Brave Woman, (1844 CA – 1879) è stata una guerriera dei Cheyenne del Nord. Salvò suo fratello, Chief Comes in Sight, che era stato ferito nella battaglia del Rosebud (nel Territorio del Montana) nel 1876: i Cheyenne, i Lakota e altre tribù si erano ritirate, lasciando il capo ferito sul campo di battaglia, ma quando Brave Woman lo vide cadere, cavalcò per andare a salvarlo, e questo atto motivò il resto dei guerrieri Cheyenne a riorganizzarsi e vincere lo scontro contro il generale George Crook e le forze avversarie. I Cheyenne furono coinvolti nell’espansione verso ovest di pionieri, minatori ed esercito, tutti determinati a colonizzare la terra sulle grandi pianure occupate dai popoli nativi, subendo attacchi, massacri e trasferimenti forzati nelle riserve. Determinata ad aiutare a salvare la sua gente, Buffalo Calf Road decise di cavalcare con i guerrieri per combattere coraggiosamente per il suo popolo.
Sempre nel 1876, combatté insieme a suo marito, Black Coyote, durante la battaglia di Little Bighorn, dove i Lakota Sioux, i Cheyenne del Nord e i guerrieri Arapaho si scontrarono di nuovo con i soldati statunitensi. Nel 2005 i narratori dei Cheyenne del Nord, a 100 anni dalla battaglia, le hanno riconosciuto il colpo che fece cadere da cavallo il tenente colonnello Custer, che morì subito dopo. Dopo lo scontro, però, Buffalo Calf Road Woman fu catturata insieme a suo marito e i due figli per essere trasferita, come la maggior parte dei Cheyenne del Nord, nella Riserva dei Cheyenne del Sud nel territorio indiano (attuale Oklahoma). Tra il 1878 e il 1879 fuggirono verso la loro casa nel Montana ma furono catturati lungo la strada. Mentre suo marito era in prigione, in attesa di essere processato, Buffalo Calf Road Woman morì di difterite o malaria nel maggio 1879 a Miles City, Montana. Quando Black Coyote lo seppe, si impiccò in prigione. 
Artemisia Gentileschi
(Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, circa 1656) è stata una pittrice italiana di scuola caravaggesca, prima donna italiana ad essere ammessa in un’accademia di belle arti, l’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Pittrice di grande abilitàaffrontò fin da giovane la pittura con padronanza e con uno stile maturo, drammatico ed espressivo, ricevendo importanti commissioni. Ostacolata per il fatto di essere una donna in un tempo in cui l’arte era un mestiere prettamente maschile, Artemisia Gentileschi si formò nello studio del padre pittore, confinata nelle mura domestiche sino al suo esordio. Il padre stimolò il talento della figlia, tanto che il loro rapporto si trasformò da un discepolato ad una collaborazione. Nel 1611 il padre decise di allocarla sotto la guida del pittore Agostino Tassi, e presso la sua bottega accadde un evento che segnò indelebilmente la sua vita personale e artistica: fu stuprata in modo brutale dallo stesso Tassi. Ne seguì un processo pubblico e molto chiacchierato, in cui la stessa vittima fu torturata per farle ribadire la verità della propria denuncia, durante il quale Artemisia Gentileschi accettò anche di sottoporsi a visite ginecologiche lunghe ed umilianti. Nel 1612 lasciò Roma per Firenze, per poi viaggiare a Genova e a Venezia, Napoli e Londra: ovunque andasse, era accolta con favore dagli artisti del luogo e riceveva svariate commissioni, tuttavia sempre in minor numero rispetto a quelle dei suoi colleghi maschi.  Artemisia Gentileschi, acquista reali riconoscimenti solo nel corso del XX secolo: in molti riconsiderano la sua portata stilistica ed espressiva ed evidenziano il suo contributo nel dare un’immagine di donna (in parte modellata sulla propria figura e sulle sue vicende autobiografiche) capace di mostrare piacere, forza e determinazione.
ALEKSANDRA KOLLONTAJ
Aleksandra Kollontaj, nata Domontovič (San Pietroburgo, 31 marzo 1872 – Mosca, 9 marzo 1952) è stata una rivoluzionaria russa marxista e femminista, la prima donna ad aver ricoperto l’incarico di ministra e di ambasciatrice nella diplomazia dei grandi paesi europei. Poiché i genitori temevano gli influssi negativi di possibili frequentazioni alla scuola pubblica, Aleksandra studiò privatamente con un’istitutrice, e prese lezioni private di storia e letteratura. Successivamente studiò in Svizzera, dove aderì al movimento socialista. Si accostò ai menscevichi nel 1906, per passare ai bolscevichi nel 1915. Benché costretta alla clandestinità, partecipò nel dicembre del 1908 al primo congresso femminile pan-russo, organizzando un gruppo di lavoratrici con un proprio programma. Nel 1910 partecipò all’ottavo congresso della Seconda Internazionale, a Copenaghen, nel quale fu proposta l’istituzione della Giornata internazionale della donna. Nel 1912, al congresso di Basilea, elaborò un piano di assistenza alla maternità. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu arrestata in Germania per propaganda anti-militarista e, come conseguenza, venne espulsa. Propugnò il libero amore, nell’idea che il matrimonio tradizionale in una società repressiva e fondata sull’ineguaglianza tra i sessi fosse un ulteriore sfruttamento della donna.  Emigrata in Europa e negli USA, tornò in Russia dopo la rivoluzione di febbraio del 1917. Nel 1918 fu tra le organizzatrici del Primo Congresso delle lavoratrici russe che sosteneva la partecipazione femminile alla vita pubblica, alle iniziative sociali e alla lotta all’analfabetismo. Grazie a questo attivismo, le donne ottennero il diritto di voto e di elezione, il diritto all’istruzione, ad un salario eguale a quello degli uomini e, nel 1920, il diritto al divorzio e all’aborto. Nel 1921 militò nell’Opposizione operaia, e nel 1923 passò al servizio diplomatico per l’URSS. Tra le prime ambasciatrici al mondo, operò in Messico, in Norvegia e in Svezia. Tra il 1923 e il 1927 si cimentò nella letteratura scrivendo novelle e romanzi, e farà parte anche della delegazione sovietica alla Società delle Nazioni. Ritiratasi dal lavoro nel 1945, morì a Mosca il 9 Marzo del 1952.
STELLA YOUNG
(Stawell, 24 febbraio 1982 – Melbourne, 6 dicembre 2014) è stata un’attrice, giornalista, femminista e paladina dei diritti dei disabili australiana. Ha conseguito un Bachelor of Arts in giornalismo e pubbliche relazioni presso la Deakin University, Geelong e un diploma di laurea in educazione presso l’Università di Melbourne. È stata direttrice della rivista online Ramp Up dell’Australian Broadcasting Corporation. Prima di entrare a far parte della ABC, ha lavorato come educatrice in programmi pubblici al Melbourne Museum e ha ospitato otto stagioni di No Limits. Dopo essere apparsa in diverse mostre comiche e spettacoli di gruppo, ha fatto il suo debutto come interprete solista al Melbourne International Comedy Festival. Nata affetta da osteogenesi imperfetta, una condizione genetica che rende fragilissime le ossa, ha vissuto tutta la vita su una sedia a rotelle. Fin dai 14 anni ha combattuto con l’obiettivo di cambiare il modo in cui la società guarda alle persone disabili. Aveva infatti dichiarato: «Voglio vivere in un mondo in cui le aspettative verso i disabili non siano così basse da ricevere congratulazioni per esserci alzati dal letto e se ricordiamo il nostro nome la mattina», e ancora «Non sono io la vostra ispirazione, ma grazie lo stesso». Sua è anche l’espressione “inspiration porn” che si riferisce all’utilizzo di immagini, video e meme di persone disabili che fanno cose straordinarie (o del tutto ordinarie) per permettere ai “non disabili” di relativizzare i propri problemi, utilizzate cioè per motivare le persone normodotate, suggerendo che se una persona disabile può realizzare qualcosa, allora sicuramente una persona normodotata può farlo. l’esperienza è dunque a uso e consumo dello spettatore, per questo paragonata da Young alla pornografia.
Marielle Franco
all’anagrafe Marielle Francisco da Silva (Rio de Janeiro, 27 luglio 1979 – Rio de Janeiro, 14 marzo 2018) è stata una politica, sociologa e attivista brasiliana. Si definiva «nera, lesbica e attivista politica, madre a 19 anni e femminista» e «cria da Maré» (figlia della Marea). Nata e cresciuta in una favela a nord di Rio de Janeiro, Maré, nonostante fosse una ragazza madre che viveva in un contesto di grande difficoltà economico-sociali, si laureò in scienze sociali, si specializzò in responsabilità sociale e settore terziario, e conseguì un master in pubblica amministrazione con un’analisi della politica di pubblica sicurezza dello stato di Rio de Janeiro. La morte di un’amica, la indusse a incominciare a interessarsi di diritti umani. Fu eletta come consigliera della Camara Municipal di Rio de Janeiro con 46.000 voti favorevoli. Nel Consiglio municipale ha presieduto la Commissione per la difesa delle donne ed è stata membro di una Commissione incaricata di monitorare l’azione della polizia federale a Rio de Janeiro. Durante il suo mandato promosse progetti d’aiuto alle madri sole e di inserimento lavorativo dei giovani provenienti dalle favelas, istituì la Giornata dell’orgoglio della donna nera il 25 luglio, redasse un archivio dati sulla violenza contro le donne a Rio de Janeiro, lottò affinché fosse istituita la Giornata dell’orgoglio e della visibilità lesbica e lottò anche per i diritti di tutta la comunità LGBTQIA+ di cui faceva parte. Denunciò apertamente e ripetutamente la politica di pacificazione delle favelas da parte del governo brasiliano, una politica che aveva portato all’uccisione ripetuta ed indiscriminata di molti abitanti delle favelas, rendendole un luogo pericoloso e invivibile. Pochi giorni prima della sua uccisione aveva accusato ancora una volta pubblicamente le azioni violente di reparti della polizia militare. Il 14 marzo del 2018, da consigliera partecipò a un dibattito promosso dal PSOL presso la Casa das Pretas (Casa delle donne nere) a Lapa , per affrontare il problema della violenza contro le donne afroamericane nelle favelas. mentre tornava verso casa, la sua auto fu affiancata da un’altra con i sicari che avevano atteso per ore che uscisse. Venne colpita da 13 colpi di pistola e morì insieme al suo autista Anderson Gomes. Ad oggi rimangono sconosciuti i mandanti del suo omicidio nonostante ci siano pesanti sospetti su ambienti vicini alla famiglia Bolsonaro, attuale presidente del Brasile.

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