Io resterei a casa, ma voi mi costringete a lavorare.

                              

L’Hashtag “io resto a casa” riempie ormai da giorni occhi e orecchie di tuttu. Appelli di personaggi dello spettacolo, di virologi e anestesisti, sportivi e opinion maker, spot informativi e raccomandazioni del Governo, persino messaggi che giungono sui nostri cellulari. Non c’è altro modo per fermare la pandemia di covid 19 che evitare il contagio. Si dà abbastanza per scontato, con una certa dose di arroganza e propensione al pregiudizio, che le persone non capiscano e in particolar modo i giovani siano incapaci di frenarsi, anche di fronte alla malattia e alla morte.

Per essere sicuri che le regole vengano rispettate si effettuano controlli. I trasgressori andranno incontro a sanzioni decisamente gravi, perchè chi non ha un valido motivo per uscire di casa o dichiara il falso nell’autocertificazione, non sarà punito con una multa, provvedimento di ordine amministrativo, ma con un’ammenda che interviene direttamente sul campo penale.

Quindici giorni di questa vita reclusa farebbero pensare che sia in atto un vistoso contenimento del virus. Non è così. Come mai? Ci siamo dimenticatu di parlare di produzione. In teoria vengono garantiti i servizi essenziali, che sono già molti. Pensiamo a tutto il comparto salute e assistenza, ai servizi amministrativi che non possono essere svolti on line (ma quali sono e perchè?), all’industria alimentare e farmaceutica, con relativa distribuzione e vendita al dettaglio. Dovremmo fermarci qui, ma non è così, l’accordo tra Governo e Confindustria non prevede la chiusura delle fabbriche che devono però garantire le misure di sicurezza necessarie. Chi controlla che queste “misure necessarie” siano attuate? Un comitato composto da Direzione e Rappresentanze Sindacali. E qui già si capisce che non sarà così facile. Su che basi, con che preparazione e in che occasioni questo Comitato si riunirà? Cosa succede nei posti di lavoro che non hanno rappresentanza sindacale? Cosa succede a tutte/i lavoratrici/lavoratori autonomi? Quindi rimangono aperte, oltre ai servizi essenziali e alle fabbriche, centri commerciali, uffici, stazioni, porti, aeroporti, hub e magazzini della logistica. E se questo è il caso di chi lavora con un contratto più o meno regolare, come facciamo a non tener conto del fatto che l’Italia ha un’economia altamente informale: chi lavora a nero si trova, ormai, totalmente alla mercé  dei propri sfruttatori e spesso viene mandato a casa senza troppe spiegazioni o tutele. Non possiamo dimenticare poi chi, come nel caso delle lavoratrici domestiche (tutte quelle badanti, colf e baby sitter che di fatto sostengono il nostro welfare e che sono tra le categorie più esposte alle conseguenze negative di questa crisi), è stato completamente “dimenticato” dal decreto Cura Italia e oggi non sa quale sarà il suo futuro personale e lavorativo. 

Avvengono scioperi spontanei in quelle realtà produttive in cui i lavoratori si accorgono che le condizioni di contagio sono cosa certa. Ma nulla cambia. Si parla di 15 milioni di persone al lavoro. Si parla anche di un Protocollo che al punto 2. recita: “Il datore di lavoro informa preventivamente il personale e chi intende fare ingresso in azienda, della preclusione dell’accesso a chi, negli ultimi 14 giorni, abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al COVID 19 o provenga da zone a rischio secondo le indicazioni dell’OMS”. Sarebbe da non entrare affatto in azienda. Ma è evidente il tentativo di spostare la responsabilità di un eventuale contagio, sui lavoratori, anzichè sui datori di lavoro. Provvedimento che fa il paio con la nuova certificazione che ci fa dichiarare sotto la nostra responsabilità di non essere sottoposto alla misura della quarantena e di non essere risultato positivo al virus COVID-19. E come possiamo saperlo?

Così mentre si dà la caccia all’untore che fa una corsa al parco e si chiama l’esercito per chi ha portato il cane a fare i suoi bisogni, restiamo senza possibilità di venire curati perchè le strutture sanitarie sono al collasso, tra poco senza medici e infermieri, vittime di un contagio sempre più esteso, ma efficienti sul posto di lavoro, altrimenti Confindustria ci dà degli “irresponsabili” (cit.). Eppure , se di irresponsabilità dobbiamo parlare, come possiamo definire l’atteggiamento di Confindustria stessa, che tanto ha pressato il governo sul decreto in vigore dal 25 marzo, da riuscire a estendere la categoria di produzione strategica in maniera davvero poco chiara? Produrre armi e arei militari oggigiorno è davvero una priorità per il nostro paese? Secondo gli operai dell’Avio Aero in sciopero, per esempio, no.

A pandemia finita faremo i tamponi, avremo gel e mascherine, arriveranno gli aiuti dalla Cina e da Marte e sarà finito uno splendido ospedale da campo, voluto dalla Regione Lombardia, messo organizzativamente in essere da Bertolaso, con le donazioni di Berlusconi e Caprotti, che ringraziamo, anche per il grande aiuto dato in decenni alla Sanità Pubblica. Intanto su metrò sempre affollati, dotati di mascherine fai da te, tuttu vanno a lavorare sperando di non infettare figli, partner, nonni e di uscire da questa drammatica esperienza ancora in vita.

Per rendere in maniera più chiara e diretta quello che tante lavoratrici stanno vivendo in questo momento, abbiamo pensato di condividere due testimonianze dirette.

È appena stato siglato l’accordo tra sindacati e imprese sulla sicurezza nei posti di lavoro. Le fabbriche si fermeranno solo per garantire la sanificazione, le operaie e gli operai garantiranno la produzione. Ma a quale costo? La salute e la sicurezza delle operaie e degli operai valgono di più dei profitti e della produzione.

 La situazione nelle fabbriche, nei servizi di manutenzione e nella logistica si fa sempre più pesante. Si lavora senza una comunicazione chiara sui rischi e sulle necessarie precauzioni in capannoni utilizzati anche da centinaia di persone a turno. Nelle aziende, mentre si cerca di placare l’agitazione, l’ordine è di non fare uscire notizie interne. Chiunque fa trapelare notizie e problemi sulla situazione interna alle fabbriche è sanzionata con relativo licenziamento e denuncia, gli scioperi sono sospesi fino al 31 marzo e chi li sta facendo sta rischiando il posto di lavoro. La tensione nelle fabbriche è alta, tra operai e operaie cominciano a cedere i nervi perché le comunicazioni sono frammentate e non chiare, la paura è di essere mandat* allo sbaraglio, intanto il controllo dall’alto di ogni minima protesta è capillare.

 Nei servizi di sanificazione, le operaie chiedono informazioni chiare e i necessari dispositivi di sicurezza, non sempre forniti dalle aziende con l’adeguata frequenza. Chi può le ordina on line: le mascherine ffp2, quando reperibili, sono arrivate a costare 10 volte il prezzo di mercato. I servizi di manutenzione sono chiamati a eseguire sanificazione degli ambienti industriali sottoponendo le operaie a doppi turni per comprimere i tempi. Le operatrici della manutenzione sono esposte a ritmi di lavoro forzato, rischio contagio e intossicazioni da detergenti ad alti volumi senza il necessario ricambio delle mascherine né alcuna garanzia di sicurezza.

 Se la pulizia e la sanificazione sono indispensabili lo sono anche le tutele per chi lavora: le aziende delle multiservizi stanno guadagnando intensificando l’attività, senza assumere altro personale e esponendo le operaie ad un carico di lavoro e di rischio insostenibile. Si sta scaricando su di loro il prezzo della produzione industriale nell’emergenza sanitaria. chi oggi sta lavorando nelle pulizie domani rischia di ingrossare i numeri del contagio. La prospettiva del blocco della produzione verrà comunque recuperato con la flessibilità, ossia lo stipendio percepito stando a casa si recupererà nei mesi successivi con ore di straordinario e sabati lavorativi non pagati, metodo già da tempo utilizzato. 

 Se starai a casa adesso recupereranno più avanti se ciò non accadrà per la recessione, licenziamenti. Una pistola puntata alla tempia

 Questo è ciò che si chiede:

  •  Trasparenza nella comunicazione
  •  Tutele nella sanificazione, le aziende devono garantire fornitura e ricambio di tute, occhiali e mascherine.
  •  Informazioni adeguate in tutte le cooperative e obbligo dei D.I.P (Dispositivi di protezione individuale)
  •  Garanzie per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori, anche fermando le fabbriche: cassa integrazione per i fermi produttivi anche per le cooperativa e le aziende delle multiservizi oltre 50 dipendenti
  •  Aumento salariale della paga base a 10 euro l’ora
  •  La salute e la sicurezza delle operaie e degli operai valgono di più dei profitti e della produzione.

 Basta fare profitto usando l’emergenza e sfruttando la manodopera!

Stamattina ci è arrivata una terribile notizia una delle nostre compagne è stata messa in quarantena per essere entrata in contatto con una persona risultata positiva al covid-19,  noi non andremo a caccia di untori/untrici non è questo che ci solleverà, esprimiamo innanzitutto la nostra vicinanza e solidarietà a chi in questi giorni si trova sola a dover affrontare in casa o negli ospedali la quarantena.  Ma ci sono dei responsabili  non chi è portatore del corona virus i colpevoli sono chi in questo momento continua a sollecitare di continuare a stare aperti nonostante i dati del  contagio e  delle morti, la nostra è una produzione che può essere fermata.  Lavoriamo in uno stabilimento di 200 persone e la paura che possiamo essere le prossime contagiate non è più un’ ipotesi remota. Fermiamo le produzioni non essenziali altrimenti saremo noi le prossime malate e rischiamo di portarla a casa ai nostri familiari. Oggi è successa ad una di noi lo avevamo previsto era questione di tempo in un luogo dove si lavora insieme.

Si sanifica per continuare a produrre. Non basta la riduzione di orario, bisogna fermarsi. Ci firmiamo in anonimo il brand per cui lavoriamo non ha importanza perché la nostra situazione è identica a tante altre fabbriche e luoghi di lavoro cambiano solo i nomi delle multinazionali.

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