Le prigioni non sono compatibili con il femminismo

“Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità. Il carcere è considerato talmente “naturale” che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno”

(Angela Davis, Aboliamo le prigioni?, Roma, Minimum Fax, 2009, p. 21)

 Come transfemministe che cercano di mettere in atto pratiche intersezionali non possiamo che guardare alle rivolte nelle carceri di questi giorni, alle cause che le hanno provocate e agli effetti che hanno causato come un pezzo di quelle oppressioni e disuguaglianze che questa situazione di emergenza illumina.

Sappiamo, da tempo, che le carceri e il sistema penitenziario riproducono e legittimano le disuguaglianze che le fondano: in un circolo vizioso costante il carcere produce altro carcere, generando marginalità mentre dichiara di volere provvedere ad un re-inserimento. Il nostro femminismo non è compatibile con la struttura carceraria, con la punizione, il controllo, il dominio sui corpi intesi come “cura”. Il giustizialismo è frutto di una cultura patriarcale che genera carnefici e vittime ergendosi a tutore dell’uno o dell’altro in un gioco di ruoli che non offre soluzioni, non innesca processi di cambiamento e di liberazione ma genera e riproduce oppressione. Proprio perché sappiamo che la violenza è strutturale, sappiamo anche che non si può affidare alla repressione il compito di combatterla.

Per questo ci chiediamo: Cosa significa vivere uno stato d’eccezione in un carcere che è già, di per sé, stato d’eccezione a tutela della ‘normalità’? per chi valgono le regole sanitarie che ci chiedono di adottare se in carcere (e in tutti i luoghi di detenzione come i CPR o nei luoghi della produzione come le fabbriche) vengono ignorate? Cosa ci dice questo su quali vite valgono?

Il nostro grido di battaglia in questi anni è stato “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo” e per questo non possiamo che sentirci vicine a chi in questi giorni si è ribellat*, per protestare contro condizioni strutturali come il sovraffolamento (al 120% in Italia e al 150% in Lombardia), la mancanza di presidi sanitari e l’essere sottoposti alle decisioni arbitrarie di altr*, senza poter accedere direttamente alle informazioni, cose che in questi giorni si trasformano in un’ulteriore condanna. Per questo le dichiarazioni di condanna della violenza che arrivano ora dalle istituzioni suonano così particolarmente stridenti: sembrano non tenere in considerazione nè cosa le ha provocate, nè la violenza quotidiana implicita in una struttura coercitiva, gestita da anni forzando la stessa legalità stabilita dal potere e aggirandola costantemente con misure di eccezionalità.

È significativo che la prima misura presa nei confronti delle persone detenute sia quella della sospensione dei colloqui e di tutte le attività educative e formative: un isolamento che non tutela nessun*, anche perché la polizia penitenziaria continua a entrare e uscire. Per chi sta dentro la sospensione dei colloqui significa essere tagliato fuori dalle comunicazioni non mediate dall’istituzione e non sapere la sorte delle persone care, in un momento di crisi. Per chi sta fuori significa vedere alzarsi ancora di più quei muri che ci separano da chi sta dentro, far girare ancora di più la propria vita intorno ai ritmi del carcere, in attesa di una telefonata da 5 minuti come unico contatto. Le persone attualmente detenute non hanno informazioni e chi sta fuori non ha strumenti contro questa macchina immobile che è il sistema carcerario. L’impotenza è ciò che ci lega.

Nel nostro piano scrivevamo: “[…]Il diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, deve essere garantito pure in carcere, in luoghi di internamento e in tutte le condizioni di autonomia limitata.[…][…] Rivendichiamo il benessere dei nostri corpi e l’autodeterminazione degli spazi che attraversiamo contro i concetti dominanti di sicurezza e decoro. È necessario cominciare a costruire un territorio in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà. Riteniamo inoltre che l’accesso ai servizi sociosanitari debba avere carattere universalistico: in questo senso crediamo che non sia più rimandabile un cambiamento dei servizi stessi, per raggiungere una piena inclusione di tutte le soggettività e non solo quelle bianche, giovani, abili, eterosessuali e native. Vogliamo, perciò, un accesso incondizionato al diritto alla salute e al welfare”. A questo oggi aggiungiamo che reclamiamo amnistia e indulto subito, per permettere alla maggior parte delle persone detenute (spesso anziane, malate, tossicodipendenti, con residui di pena bassi, in attesa di giudizio, in semilibertà) di uscire e di usufruire di tutte quelle misure alternative al carcere che spesso sono solo per poch* e che vengono concesse sulle linee dei privilegi.

Mentre chiediamo amnistia, indulto e nessuna ritorsione per le rivolte di questi giorni, e mentre continuiamo a lottare per immaginare una società senza carceri e senza muri,  invitiamo chiunque abbia voglia di condividere con noi delle testimonianze a farlo: vogliamo essere il grido altissimo e feroce di chi non viene ascoltat*. 

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