Io resterei a casa, ma voi mi costringete a lavorare.

                              

L’Hashtag “io resto a casa” riempie ormai da giorni occhi e orecchie di tuttu. Appelli di personaggi dello spettacolo, di virologi e anestesisti, sportivi e opinion maker, spot informativi e raccomandazioni del Governo, persino messaggi che giungono sui nostri cellulari. Non c’è altro modo per fermare la pandemia di covid 19 che evitare il contagio. Si dà abbastanza per scontato, con una certa dose di arroganza e propensione al pregiudizio, che le persone non capiscano e in particolar modo i giovani siano incapaci di frenarsi, anche di fronte alla malattia e alla morte.

Per essere sicuri che le regole vengano rispettate si effettuano controlli. I trasgressori andranno incontro a sanzioni decisamente gravi, perchè chi non ha un valido motivo per uscire di casa o dichiara il falso nell’autocertificazione, non sarà punito con una multa, provvedimento di ordine amministrativo, ma con un’ammenda che interviene direttamente sul campo penale.

Quindici giorni di questa vita reclusa farebbero pensare che sia in atto un vistoso contenimento del virus. Non è così. Come mai? Ci siamo dimenticatu di parlare di produzione. In teoria vengono garantiti i servizi essenziali, che sono già molti. Pensiamo a tutto il comparto salute e assistenza, ai servizi amministrativi che non possono essere svolti on line (ma quali sono e perchè?), all’industria alimentare e farmaceutica, con relativa distribuzione e vendita al dettaglio. Dovremmo fermarci qui, ma non è così, l’accordo tra Governo e Confindustria non prevede la chiusura delle fabbriche che devono però garantire le misure di sicurezza necessarie. Chi controlla che queste “misure necessarie” siano attuate? Un comitato composto da Direzione e Rappresentanze Sindacali. E qui già si capisce che non sarà così facile. Su che basi, con che preparazione e in che occasioni questo Comitato si riunirà? Cosa succede nei posti di lavoro che non hanno rappresentanza sindacale? Cosa succede a tutte/i lavoratrici/lavoratori autonomi? Quindi rimangono aperte, oltre ai servizi essenziali e alle fabbriche, centri commerciali, uffici, stazioni, porti, aeroporti, hub e magazzini della logistica. E se questo è il caso di chi lavora con un contratto più o meno regolare, come facciamo a non tener conto del fatto che l’Italia ha un’economia altamente informale: chi lavora a nero si trova, ormai, totalmente alla mercé  dei propri sfruttatori e spesso viene mandato a casa senza troppe spiegazioni o tutele. Non possiamo dimenticare poi chi, come nel caso delle lavoratrici domestiche (tutte quelle badanti, colf e baby sitter che di fatto sostengono il nostro welfare e che sono tra le categorie più esposte alle conseguenze negative di questa crisi), è stato completamente “dimenticato” dal decreto Cura Italia e oggi non sa quale sarà il suo futuro personale e lavorativo. 

Avvengono scioperi spontanei in quelle realtà produttive in cui i lavoratori si accorgono che le condizioni di contagio sono cosa certa. Ma nulla cambia. Si parla di 15 milioni di persone al lavoro. Si parla anche di un Protocollo che al punto 2. recita: “Il datore di lavoro informa preventivamente il personale e chi intende fare ingresso in azienda, della preclusione dell’accesso a chi, negli ultimi 14 giorni, abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al COVID 19 o provenga da zone a rischio secondo le indicazioni dell’OMS”. Sarebbe da non entrare affatto in azienda. Ma è evidente il tentativo di spostare la responsabilità di un eventuale contagio, sui lavoratori, anzichè sui datori di lavoro. Provvedimento che fa il paio con la nuova certificazione che ci fa dichiarare sotto la nostra responsabilità di non essere sottoposto alla misura della quarantena e di non essere risultato positivo al virus COVID-19. E come possiamo saperlo?

Così mentre si dà la caccia all’untore che fa una corsa al parco e si chiama l’esercito per chi ha portato il cane a fare i suoi bisogni, restiamo senza possibilità di venire curati perchè le strutture sanitarie sono al collasso, tra poco senza medici e infermieri, vittime di un contagio sempre più esteso, ma efficienti sul posto di lavoro, altrimenti Confindustria ci dà degli “irresponsabili” (cit.). Eppure , se di irresponsabilità dobbiamo parlare, come possiamo definire l’atteggiamento di Confindustria stessa, che tanto ha pressato il governo sul decreto in vigore dal 25 marzo, da riuscire a estendere la categoria di produzione strategica in maniera davvero poco chiara? Produrre armi e arei militari oggigiorno è davvero una priorità per il nostro paese? Secondo gli operai dell’Avio Aero in sciopero, per esempio, no.

A pandemia finita faremo i tamponi, avremo gel e mascherine, arriveranno gli aiuti dalla Cina e da Marte e sarà finito uno splendido ospedale da campo, voluto dalla Regione Lombardia, messo organizzativamente in essere da Bertolaso, con le donazioni di Berlusconi e Caprotti, che ringraziamo, anche per il grande aiuto dato in decenni alla Sanità Pubblica. Intanto su metrò sempre affollati, dotati di mascherine fai da te, tuttu vanno a lavorare sperando di non infettare figli, partner, nonni e di uscire da questa drammatica esperienza ancora in vita.

Per rendere in maniera più chiara e diretta quello che tante lavoratrici stanno vivendo in questo momento, abbiamo pensato di condividere due testimonianze dirette.

È appena stato siglato l’accordo tra sindacati e imprese sulla sicurezza nei posti di lavoro. Le fabbriche si fermeranno solo per garantire la sanificazione, le operaie e gli operai garantiranno la produzione. Ma a quale costo? La salute e la sicurezza delle operaie e degli operai valgono di più dei profitti e della produzione.

 La situazione nelle fabbriche, nei servizi di manutenzione e nella logistica si fa sempre più pesante. Si lavora senza una comunicazione chiara sui rischi e sulle necessarie precauzioni in capannoni utilizzati anche da centinaia di persone a turno. Nelle aziende, mentre si cerca di placare l’agitazione, l’ordine è di non fare uscire notizie interne. Chiunque fa trapelare notizie e problemi sulla situazione interna alle fabbriche è sanzionata con relativo licenziamento e denuncia, gli scioperi sono sospesi fino al 31 marzo e chi li sta facendo sta rischiando il posto di lavoro. La tensione nelle fabbriche è alta, tra operai e operaie cominciano a cedere i nervi perché le comunicazioni sono frammentate e non chiare, la paura è di essere mandat* allo sbaraglio, intanto il controllo dall’alto di ogni minima protesta è capillare.

 Nei servizi di sanificazione, le operaie chiedono informazioni chiare e i necessari dispositivi di sicurezza, non sempre forniti dalle aziende con l’adeguata frequenza. Chi può le ordina on line: le mascherine ffp2, quando reperibili, sono arrivate a costare 10 volte il prezzo di mercato. I servizi di manutenzione sono chiamati a eseguire sanificazione degli ambienti industriali sottoponendo le operaie a doppi turni per comprimere i tempi. Le operatrici della manutenzione sono esposte a ritmi di lavoro forzato, rischio contagio e intossicazioni da detergenti ad alti volumi senza il necessario ricambio delle mascherine né alcuna garanzia di sicurezza.

 Se la pulizia e la sanificazione sono indispensabili lo sono anche le tutele per chi lavora: le aziende delle multiservizi stanno guadagnando intensificando l’attività, senza assumere altro personale e esponendo le operaie ad un carico di lavoro e di rischio insostenibile. Si sta scaricando su di loro il prezzo della produzione industriale nell’emergenza sanitaria. chi oggi sta lavorando nelle pulizie domani rischia di ingrossare i numeri del contagio. La prospettiva del blocco della produzione verrà comunque recuperato con la flessibilità, ossia lo stipendio percepito stando a casa si recupererà nei mesi successivi con ore di straordinario e sabati lavorativi non pagati, metodo già da tempo utilizzato. 

 Se starai a casa adesso recupereranno più avanti se ciò non accadrà per la recessione, licenziamenti. Una pistola puntata alla tempia

 Questo è ciò che si chiede:

  •  Trasparenza nella comunicazione
  •  Tutele nella sanificazione, le aziende devono garantire fornitura e ricambio di tute, occhiali e mascherine.
  •  Informazioni adeguate in tutte le cooperative e obbligo dei D.I.P (Dispositivi di protezione individuale)
  •  Garanzie per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori, anche fermando le fabbriche: cassa integrazione per i fermi produttivi anche per le cooperativa e le aziende delle multiservizi oltre 50 dipendenti
  •  Aumento salariale della paga base a 10 euro l’ora
  •  La salute e la sicurezza delle operaie e degli operai valgono di più dei profitti e della produzione.

 Basta fare profitto usando l’emergenza e sfruttando la manodopera!

Stamattina ci è arrivata una terribile notizia una delle nostre compagne è stata messa in quarantena per essere entrata in contatto con una persona risultata positiva al covid-19,  noi non andremo a caccia di untori/untrici non è questo che ci solleverà, esprimiamo innanzitutto la nostra vicinanza e solidarietà a chi in questi giorni si trova sola a dover affrontare in casa o negli ospedali la quarantena.  Ma ci sono dei responsabili  non chi è portatore del corona virus i colpevoli sono chi in questo momento continua a sollecitare di continuare a stare aperti nonostante i dati del  contagio e  delle morti, la nostra è una produzione che può essere fermata.  Lavoriamo in uno stabilimento di 200 persone e la paura che possiamo essere le prossime contagiate non è più un’ ipotesi remota. Fermiamo le produzioni non essenziali altrimenti saremo noi le prossime malate e rischiamo di portarla a casa ai nostri familiari. Oggi è successa ad una di noi lo avevamo previsto era questione di tempo in un luogo dove si lavora insieme.

Si sanifica per continuare a produrre. Non basta la riduzione di orario, bisogna fermarsi. Ci firmiamo in anonimo il brand per cui lavoriamo non ha importanza perché la nostra situazione è identica a tante altre fabbriche e luoghi di lavoro cambiano solo i nomi delle multinazionali.

FuoriClasse

“La nostra scuola è FuoriClasse!

Appunti per una scuola ecotransfemminista”


La scuola è uno spazio incredibilmente affascinante.

Migliaia di persone in ogni epoca e luogo hanno progettato e disegnato le scuole che meglio si confacevano al mondo che sognavano, all’utopia che volevano realizzare. Ma la scuola è anche uno strumento di potere. È strumento di sapere, educazione e emancipazione, ma anche di disciplinamento, omologazione e punizione (note, sospensioni…). Metodo e contenuti sono contemporaneamente chiamati in causa in questo doppio movimento difficilmente risolvibile.

La scuola pubblica italana è provata da decenni di tagli alla spesa e alle assunzioni,  dalla mancanza di concorsi indetti regolarmente e non ogni vent’anni, di corsi di aggiornamento retribuiti quanto le ore di insegnamento e che non moltiplichino il tempo di lavoro,  dall’anacronismo di molti dei suoi programmi didattici e curricolari.

Quando qualcosa non va, si tende a dare la colpa agli e alle studenti alle e ai singol* insegnanti. Gli/le studenti sarebbero svogliat*, senza stimoli, apatic*. Le e gli insegnanti possono diventare “mele marce”, inadeguat*, esaurit*. Difficilmente la struttura, l’organizzazione compresa quella oraria, la sua impostazione politica e ideologica vengono messe in discussione: quando ciò è avvenuto abbiamo assistito ad un peggioramento dell’ordinamento scolastico come l’ultima legge 107/2015 conosciuta come Buona Scuola (Renzi), preceduta dalla Legge 133/2008 (Gelmini) e dalla legge Moratti 53/2003. Tutte hanno mantenuto una precarietà di lunga durata per la quale lo Stato italiano è stato sanzionato dalla UE. Al contempo hanno introdotto visioni differenti dell’ordinamento scolastico che mutavano con il mutare dei governi. Siamo arrivati al punto di far pagare i precari per accedere a corsi di specializzazione non retribuiti o retribuiti in modo irrisorio che avrebbero dovuto abilitarli, naturalmente senza garantire loro una cattedra ma usandoli come tappabuchi e sottopagati nei periodi di formazione.

Abbiamo assistito a un tentativo sempre più coercitivo di collegare a doppio filo il mondo scolastico a quello del lavoro: strumenti come l’alternanza scuola-lavoro hanno contribuito a sdoganare la pratica del lavoro gratuito persino tra i più giovani nel nome di un’incessante bisogno di formazione. Il risultato è una scuola sempre più funzionale alle esigenze del mercato, ma anche sempre più distante dall’essere luogo di crescita personale e sviluppo di autonomia di pensiero e critica. 

Noi non abbiamo nessuna pretesa di proporre una teoria pedagogica o critica complessiva, ma di partire da noi, come ci insegna la pratica femminista per chiederci: quale scuola vogliamo?Non Una di Meno è partecipata da tantissim* studenti che disinteressat* non sono affatto. La domanda che insieme ci poniamo è: a cosa sono/siamo interessat*? Quali saperi e conoscenze produciamo e come potremmo condividerli? Una intera generazione produce e sprigiona in tutto il globo intelligenza comune impegnata a moltiplicare saperi e pratiche per inventare un mondo in cui vivere prevenendo biocidi, femminicidi e ogni altra violenza strutturale che annicchilisce le prospettive di futuro. A scuole aperte, collettivi e studenti ci hanno invitato a prendere parte a decine di assemblee di istituto, autogestite, cogestite, laboratori nelle classi.

“Questa non è una lezione!” dice sempre chi di noi è invitat*, che cosa significa?

Significa che i ragionamenti si costruiscono insieme, che ci sforziamo di non creare gerarchie e che cerchiamo di costruire quel clima protetto e di fiducia in cui tutt* possono contribuire alla riflessione comune. Gli incontri nelle scuole sono da quattro anni a questa parte eterotopie imprescindibili per toccare con mano che…se va a caer! che il patriarcato vacilla.

Non Una di Meno Milano raccoglie tante insegnanti, precarie della conoscenza. Siamo abituate a sfidare i limiti di collegi docenti piegati alle esigenze burocratiche e al funzionamento di routine, di presidenze che “non vogliono problemi” e bloccano il progetto che proponiamo, alla mancanza di fondi che impediscono di andare oltre il minimo indispensabile, a scontrarci con collegh* che si rifiutano di chiamare col nome femminile la studente transgender o con altr* insegnanti nominat* direttamente dal Vaticano o espressione della lobby di Comunione e Liberazione, ma anche a lavorare senza strumenti didattici adeguati, con l’ansia di “finire il programma ad ogni costo”, a prescindere dai bisogni e dagli interessi reali delle classi. Siamo anche aspiranti insegnanti, con la voglia di cominciare, ma siamo anche parte della generazione che riceve solo frustrazioni da un concorso rimandato di mese in mese, dalla “caccia ai crediti”, dall’imposizione dell'”apprendistato” sottopagato. Siamo una rete di persone e realtà con esperienze teoriche e pratiche in campi diversi e abbiamo una ricchezza di conoscenze che non vogliamo tenere “per noi”. Rifiutiamo la logica dei brevetti, del copyright, del merito: vogliamo diffondere saperi senza fondare poteri.

#FuoriClasse nasce così: a partire da noi!In queste lunghe settimane di quarantena le lezioni sono sospese per molt* e le scuole sono chiuse per tutt*. L’insufficienza dell’istituzione scolastica si è palesata in tutta la sua gravità nell’aver abdicato ad ogni pretesa di mantenersi punto fermo di diffusione di corretta informazione e vaglio delle fonti in merito alla stessa ragione della propria chiusura: il Coronavirus e la conseguente emergenza. Le lezioni telematiche e la pioggia compulsiva di compiti nozionistici non fanno che evidenziare la necessità di una importante operazione di critica alla didattica e alla scuola: una critica che parta dalle condizioni di accesso (non tutt* hanno internet a casa o uno spazio adeguato a studiare o il computer…), alla scelta di dare in mano a piattaforme private la diffusione delle lezioni, alle forme dell’insegnamento che in questo modo sono passive per le/gli studenti. Per questo ci auguriamo anche che tutt* a fine anno vengano promoss*, maturandi compresi: la disparità delle condizioni di possibilità per l’apprendimento a casa non possono penalizzare le e i meno “fortunat*”, e la didattica online non è strumento valido contro la dispersione scolastica. 

“Il sapere non è fatto solo per comprendere, ma per prendere posizione attiva”: milioni di persone in tutto il mondo manifestano uscendo dalle classi per il loro Futuro, è ora che la scuola li segua! In queste settimane la scuola è fuori dalle aule, è ora di occupare la didattica!Fuoriclasse rivendica una scuola diversa, una scuola dove esistano ore curricolari di educazione sessuale e educazione ecologica, ma anche una scuola in cui tutte le materie cambino postura e siano declinate in base ai temi del genere e dell’ecologia, perchè la vita dei nostri corpi e del nostro pianeta non può essere confinata negli angusti recinti di “quote verdi o rosa” della conoscenza. Facciamo degli esempi: la Storia dei manuali è scritta dal punto di vista dei “vincitori”, presentato come espressione dei fatti, “così come sono”, della “verità storica”. O ancora, la distinzione netta tra materie umanistiche, regno dell’opinione, e materie scientifiche, dove regnano le certezze, “quaderno blu e quaderno rosso”. Ma a cosa serve, ad esempio, togliere la Biologia dallo spazio della discussione? e al contrario, cosa significherebbe sovvertirne la postura? Cosa significa, per esempio, che ogni materia possa divenire nelle sue specificità utile strumento per le giovani generazioni per ripensare il mondo e agire su di esso? Cosa significa che la filosofia, l’arte o le tecnologie possano essere declinate in base al genere o all’ecologia? Questo è l’esperimento di #FUoriclasse!, un programma di approfondimenti che rappresentano esempi concreti di come la Storia possa essere raccontata per esempio dal punto di vista delle donne e delle relazioni di genere o la biologia da quello dei corpi sessuati. Di come il diritto possa agire di fronte ai cambiamenti climatici o di come le scienze possano concentrarsi sulla transizione ecologica.Non si tratta di negare le specificità delle materie, ma di ricordate che non esistono saperi neutri e che osservarne il posizionamento ci permette di poterli usare come strumenti di liberazione e non come dogmi. Pensiamo, infatti, che l’educazione possa essere una pratica di libertà, di democrazia dal basso o almeno una palestra dove allenarle.  

Le lezioni sono online e questo è il principale ostacolo rispetto alla scuola che vorremmo, una scuola dove i corpi abbiano la stessa importanza dei cervelli, perchè rifiutiamo il dominio della Cultura sulla Natura, del razionale sull’emotivo, della sfera simbolica “verticale” rispetto a quella “orizzontale”, del maschile sul femminile, dell’Uomo sul Pianeta. Purtroppo non possiamo che adeguarci, in tempi di quarantena. Abbiamo però deciso di privilegiare le dirette: invitiamo infatti le/gli studenti all’ascolto a dire la loro, a prendere parola, a fare domande e portare contributi.

Il sapere s’accresce solo se condiviso!

qui trovi tutti gli appuntamenti già fatti, i prossimi sono in diretta, tutti i giorni alle 12, su nostro canale instagram @nonunadimeno.milano

e qui tutti quelli trasmessi da Fridays For Future Milano – ogni giorno alle 15 in diretta sulla loro pagina fb:

Welfare aziendale? No, grazie!

Fin  dall’elaborazione dal basso del nostro Piano contro la violenza di genere, abbiamo deciso di posizionarci in maniera nettamente contraria a ogni forma di welfare neoliberale, privatizzato e aziendale, un netto rifiuto che si basa sull’altrettanta netta opposizione a ogni forma di individualizzazione e isolamento lavorativo, di scarico di responsabilità su lavoratrici e lavoratori e, soprattutto, di perpetuazione dell’idea che le incombenze del lavoro riproduttivo e di cura spettino esclusivamente alle donne. Abbiamo ritenuto necessario scendere un po’ più nel dettaglio di quello che il welfare aziendale risulta essere oggi, del peso che esercita nella contrattazione collettiva e nella vita di singole lavoratrici (ma anche lavoratori), e del perché il nostro movimento transfemminista vi si oppone fermamente. Crediamo sia un’analisi utile da condividere e socializzare in un periodo in cui di welfare aziendale si parla sempre di più.

Che cosa è il welfare aziendale?

Con l’espressione welfare aziendale si intendono tutte quelle iniziative assunte dal datore di lavoro in maniera unilaterale o di natura contrattuale, volte a incrementare il “benessere” del lavoratore e della sua famiglia attraverso una ripartizione della retribuzione differente, consistente o in rimborsi benefit, o nell’elargizione diretta di servizi, o in un mix tra le due. In generale, le misure previste comprendono l’elargizione di servizi quali assistenza sanitaria integrativa, buoni pasto, servizi di trasporto, fringe benefits, assistenza a familiari non autosufficienti, istruzione a rimborso, voucher e finanziamenti. Per quanto riguarda le modalità di finanziamento, queste variano dall’investimento diretto da parte dell’azienda (somme aggiuntive rispetto a retribuzione e premi), alla conversione del Premio di Produzione (ovvero una quota aggiuntiva di stipendio che viene pagata dall’azienda al dipendente se questo raggiunge determinati obiettivi di produttività fissati dall’azienda stessa in via unilaterale o tramite accordi sindacali)  e del Premio di Partecipazione agli Utili di Impresa (somma erogata a soggetti terzi rispetto ai titolari di un’impresa che decidano di finanziare l’impresa stessa, in cambio di una partecipazione agli utili); ovvero la conversione di incrementi retributivi per i e le dipendenti in servizi di natura diversa, spesso sulla base dell’imperante dogma della produttività. In questo secondo caso, spesso, non stiamo trattando di iniziative unilaterali da parte del datore di lavoro, ma di misure adottate sulla base di un processo di contrattazione collettiva coi sindacati stessi. Per quanto concerne i beneficiari delle misure previste, questi sono in generale i lavoratori dipendenti di un’azienda, raggruppati in base a diversi criteri quali inquadramento, livello contrattuale, categoria spaziale, dipendenti con figli a carico, dipendenti con un determinato reddito, dipendenti che dovrebbero beneficiare di premi convertibili. La conversione degli aumenti retributivi, erogati sulla base dei risultati aziendali, oltre a comprimere salari sempre più miserabili, alimenta un sistema produttivo basato sulla flessibilità salariale che punta a intensificare la produttività attraverso l’iper sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori costretti a subire: aumenti dei carichi e dell’orario lavorativo, straordinari obbligatori, estensione dei turni…  Se per i lavoratori la diffusione di misure di welfare aziendale può compensare spesso lo smantellamento dei servizi pubblici e dunque il trasferimento delle incombenze della stessa riproduzione sociale in capo a singole e singoli, occorre anche fare chiarezza su quali siano i vantaggi per le aziende che decidono di assumersi in prima persona questa “responsabilità”. Innanzitutto occorre considerare che le misure di welfare aziendale prevedono un vantaggio fiscale per l’azienda, un aumento del potere di acquisto del dipendente stesso (basti pensare che la conversione di un premio di risultato in welfare aziendale comporta la completa deducibilità fiscale del premio stesso), e infine un miglioramento complessivo dell’ambiente di lavoro nell’azienda e della produttività complessiva (ovviamente a partire dalla prospettiva dei titolari). La detassazione del welfare aziendale riduce profondamente il gettito fiscale, contribuisce a sostenere le politiche di smantellamento dei servizi essenziali e investe l’intera società, in particolare le fasce più vulnerabili (precarie, disoccupate, studentesse…) alle quali vengono negati diritti universali che dovrebbero essere garantiti da uno stato sociale sempre più manchevole e sacrificabile.

Qual è la logica sottostante al sistema di welfare aziendale?

Il welfare aziendale, al di là degli specifici sgravi fiscali e introiti economici che sembrano più essere degli incentivi all’utilizzo di queste forme alternative di welfare, si inserisce nella logica generale della privatizzazione del servizio pubblico e dell’aumento di produttività aziendale. Se l’azienda decide di investire direttamente in misure di welfare lo fa innanzitutto per aumentare la fidelizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nei suoi confronti, procurando delle soluzioni immediate (ma limitate e contingenti), al complessivo smantellamento del welfare pubblico che fa emergere ancora una volta la sostanziale contraddizione tra sistema di produzione capitalistica e esigenze della riproduzione sociale. Per quanto concerne poi la conversione dei premi di risultato in servizi di welfare, appare evidente come il riconoscimento di quelli che un tempo erano considerati diritti spettanti ai cittadini (sanità pubblica, per esempio) o ai lavoratori su base contributiva, siano ormai vincolati al dogma della produttività . A diventar premi sono ormai gli stessi diritti, come quello a una pensione dignitosa, alla possibilità di lavorare senza venire private di tempo libero da dedicare ai nostri cari e a noi stesse. Inoltre la logica della produttività non fa che rafforzare le divisioni interne alla stessa azienda. Assistiamo quindi allo sdoganamento di una forma assolutamente privatizzata e individualizzata di elargizione di welfare  che riflette la frammentazione esistente nel mercato del lavoro attuale: il welfare stesso diviene uno strumento di controllo e disciplinamento dei lavoratori e delle lavoratrici, attraverso l’implementazione della retorica meritocratica per cui “ hai quel che meriti” e quindi più lavori, sacrificando te stessa, la tua vita, i tuoi affetti, più puoi sentirti tutelata e protetta, non importa che teoricamente dovresti godere di tutta una serie di diritti che troppo spesso risultano essere lettera morta.

Ma se tutto questo è possibile è perché lo Stato ha abdicato da tempo alla sua funzione di responsabilità pubblica: non si investe più in sanità, istruzione, servizi sociali pubblici e queste incombenze vengono scaricate sui singoli cittadini (e soprattutto cittadine) consentendo d’altra parte ai privati di trarre profitto da processi di monetizzazione di quelli che prima venivano riconosciuti come diritti grazie alla lotta di lavoratrici e lavoratori. Come su molti altri fronti, l’attuale emergenza coronavirus estremizza le contraddizioni del sistema: le scelte del governo inglese, riassunte nella frase “preparatevi a perdere molti dei vostri cari”, sono l’emblema di un’istituzione che rompe unilateralmente il patto su cui essa stessa fonda la propria legittimità. Cosa paghiamo a fare le tasse se la sanità e il welfare pubblico svaniscono quando più abbiamo bisogno di loro? Quando più i nostri corpi e il corpo sociale sono vulnerabili? Cosa eleggiamo a fare dei rappresentanti se, nel momento del bisogno sono pronti a scaricare milioni di persone, indipendentemente dai rispettivi bisogni e possibilità? É dalla fine degli anni ‘70 che ci stanno facendo abituare all’idea che non esista alternativa all’esistente, che dobbiamo accettare le gentili concessioni che ci vengono fatte dall’alto senza mai lamentarci. Ma noi siamo stufe di essere sfruttate.  A nostro parere, il fatto che siano ormai gli stessi sindacati confederali a utilizzare spesso il welfare aziendale come moneta di scambio in sede di contrattazione collettiva rappresenta un problema notevole: se non sono i sindacati a rivendicare gli interessi collettivi di lavoratori e lavoratrici e a rifiutare queste nuove forme di disciplinamento e controllo, a chi spetta farlo? Probabilmente, anzi, sicuramente a noi, ed è anche per questo che il nostro sciopero transfemminista tiene insieme il piano produttivo e quello riproduttivo.

Perché siamo contrarie al welfare aziendale?

Pe concludere, ci sembra abbastanza ovvio perché un movimento come il nostro sia in netta opposizione rispetto a forme privatizzate di welfare quali appunto il welfare aziendale, innanzitutto a partire da una prospettiva di classe. Ma l’intersezionalità ci insegna che la messa a valore delle categorie sociali articola diverse forme di oppressione e quindi la nostra critica è anche strettamente femminista: le donne costituiscono ancora la maggior parte delle dipendenti in posizioni inferiori, meno retribuite e meno garantite, e d’altra parte è su di noi che continua a incombere la responsabilità della riproduzione. Alessandra Vincenti[1] ci ricorda che il welfare aziendale “si traduce in un blocco di salari già bassi ed esclude chi è fuori dal mercato del lavoro (quindi soprattutto le donne, i cui diritti sociali rischiano di derivare dall’essere mogli o figlie o madri)”. Un altro punto essenziale poi è l’idea inerente al welfare aziendale, che siano le donne a doversi fare carico dell’esigenze di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro: “Considerando le maggiori difficoltà che le donne incontrano nell’accesso al mercato del lavoro, nella permanenza nel mercato e i differenziali salariali, è necessario interrogarsi se invece l’affermarsi del welfare aziendale acuirà le disuguaglianze di genere: la stessa frammentarietà delle carriere lavorative delle donne sono in contraddizione con un modello che lega allo stato di occupazione l’accesso ai servizi”.

Abbiamo sentito l’esigenza di mettere in chiaro la nostra contrarietà a questa diffusa pratica di monetizzazione di servizi e diritti, nonché di fare chiarezza su alcuni punti essenziali. E’ anche contro questi diffusi tentativi di scaricare su lavoratori e soprattutto sulle lavoratrici i costi di un sistema insostenibile da diversi punti di vista, che abbiamo deciso di strutturare il nostro sciopero transfemminista. Purtroppo, quest’anno abbiamo dovuto rimodulare l’organizzazione del nostro sciopero a partire dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in Italia e non solo. Ma proprio a partire da questa esperienza possiamo affermare con certezza che di welfare pubblico e di servizi universali c’è ancora bisogno. Le testimonianze di tante lavoratrici costrette a stare a casa e a badare ai figli, vista la chiusura delle scuole, senza poter intaccare la loro produttività e continuando a lavorare in remoto tra mille sacrifici ce lo dimostrano chiaramente. L’emergenza sanitaria in corso chiarifica come il privato venga meno quando si riducono i margini di profitto e non è un caso che la risposta all’epidemia in corso sia venuta primariamente e prioritariamente dalla sanità pubblica anche se a costo di sforzi sovraumani da parte del personale sanitario cronicamente in sottonumero in un sistema che ha subito privatizzazioni, esternalizzazioni, regionalizzazioni, mancate assunzioni, tagli di posti letto, chiusure di reparti e Pronto Soccorso ritenuti improduttivi. D’altra parte stiamo vedendo come l’assenza di un welfare pubblico e accessibile non solo ai lavoratori e lavoratrici più tutelati, stia esercitando una pressione fortemente negativa su precarie, part-time, partite IVA, tutta gente che mai come ora avrebbe bisogno di forme di sostegno economico che compensino i ricatti subiti dai datori di lavoro. Se le nostre vite non valgono, se i nostri diritti non ci vengono riconosciuti e se non siamo messe in condizione di lavorare degnamente, allora noi continueremo a scioperare!


[1] Alessandra Vincenti “In-corporate welfare” in “Lo sciopero delle donne”,  Alisa Del Re, Cristina Morini, Bruna Mura, Lorenza Perini (a cura di), manifestolibri, 2019, pp. 19-28

Le prigioni non sono compatibili con il femminismo

“Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità. Il carcere è considerato talmente “naturale” che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno”

(Angela Davis, Aboliamo le prigioni?, Roma, Minimum Fax, 2009, p. 21)

 Come transfemministe che cercano di mettere in atto pratiche intersezionali non possiamo che guardare alle rivolte nelle carceri di questi giorni, alle cause che le hanno provocate e agli effetti che hanno causato come un pezzo di quelle oppressioni e disuguaglianze che questa situazione di emergenza illumina.

Sappiamo, da tempo, che le carceri e il sistema penitenziario riproducono e legittimano le disuguaglianze che le fondano: in un circolo vizioso costante il carcere produce altro carcere, generando marginalità mentre dichiara di volere provvedere ad un re-inserimento. Il nostro femminismo non è compatibile con la struttura carceraria, con la punizione, il controllo, il dominio sui corpi intesi come “cura”. Il giustizialismo è frutto di una cultura patriarcale che genera carnefici e vittime ergendosi a tutore dell’uno o dell’altro in un gioco di ruoli che non offre soluzioni, non innesca processi di cambiamento e di liberazione ma genera e riproduce oppressione. Proprio perché sappiamo che la violenza è strutturale, sappiamo anche che non si può affidare alla repressione il compito di combatterla.

Per questo ci chiediamo: Cosa significa vivere uno stato d’eccezione in un carcere che è già, di per sé, stato d’eccezione a tutela della ‘normalità’? per chi valgono le regole sanitarie che ci chiedono di adottare se in carcere (e in tutti i luoghi di detenzione come i CPR o nei luoghi della produzione come le fabbriche) vengono ignorate? Cosa ci dice questo su quali vite valgono?

Il nostro grido di battaglia in questi anni è stato “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo” e per questo non possiamo che sentirci vicine a chi in questi giorni si è ribellat*, per protestare contro condizioni strutturali come il sovraffolamento (al 120% in Italia e al 150% in Lombardia), la mancanza di presidi sanitari e l’essere sottoposti alle decisioni arbitrarie di altr*, senza poter accedere direttamente alle informazioni, cose che in questi giorni si trasformano in un’ulteriore condanna. Per questo le dichiarazioni di condanna della violenza che arrivano ora dalle istituzioni suonano così particolarmente stridenti: sembrano non tenere in considerazione nè cosa le ha provocate, nè la violenza quotidiana implicita in una struttura coercitiva, gestita da anni forzando la stessa legalità stabilita dal potere e aggirandola costantemente con misure di eccezionalità.

È significativo che la prima misura presa nei confronti delle persone detenute sia quella della sospensione dei colloqui e di tutte le attività educative e formative: un isolamento che non tutela nessun*, anche perché la polizia penitenziaria continua a entrare e uscire. Per chi sta dentro la sospensione dei colloqui significa essere tagliato fuori dalle comunicazioni non mediate dall’istituzione e non sapere la sorte delle persone care, in un momento di crisi. Per chi sta fuori significa vedere alzarsi ancora di più quei muri che ci separano da chi sta dentro, far girare ancora di più la propria vita intorno ai ritmi del carcere, in attesa di una telefonata da 5 minuti come unico contatto. Le persone attualmente detenute non hanno informazioni e chi sta fuori non ha strumenti contro questa macchina immobile che è il sistema carcerario. L’impotenza è ciò che ci lega.

Nel nostro piano scrivevamo: “[…]Il diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, deve essere garantito pure in carcere, in luoghi di internamento e in tutte le condizioni di autonomia limitata.[…][…] Rivendichiamo il benessere dei nostri corpi e l’autodeterminazione degli spazi che attraversiamo contro i concetti dominanti di sicurezza e decoro. È necessario cominciare a costruire un territorio in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà. Riteniamo inoltre che l’accesso ai servizi sociosanitari debba avere carattere universalistico: in questo senso crediamo che non sia più rimandabile un cambiamento dei servizi stessi, per raggiungere una piena inclusione di tutte le soggettività e non solo quelle bianche, giovani, abili, eterosessuali e native. Vogliamo, perciò, un accesso incondizionato al diritto alla salute e al welfare”. A questo oggi aggiungiamo che reclamiamo amnistia e indulto subito, per permettere alla maggior parte delle persone detenute (spesso anziane, malate, tossicodipendenti, con residui di pena bassi, in attesa di giudizio, in semilibertà) di uscire e di usufruire di tutte quelle misure alternative al carcere che spesso sono solo per poch* e che vengono concesse sulle linee dei privilegi.

Mentre chiediamo amnistia, indulto e nessuna ritorsione per le rivolte di questi giorni, e mentre continuiamo a lottare per immaginare una società senza carceri e senza muri,  invitiamo chiunque abbia voglia di condividere con noi delle testimonianze a farlo: vogliamo essere il grido altissimo e feroce di chi non viene ascoltat*. 

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Radio pirata – LottoTuttoLAnno

Dopo LottoMarzo continuiamo con la nostra radio pirata

Ci trovate qui: http://abbiamoundominio.org:8000/nudm-milano.mp3

andiamo in onda il lunedì, il mercoledì e il venerdì alle 19 (se provi ad ascoltarci prima delle 19 o in altri giorni finisci in Error 404 ma niente panico! Riprovaci al giorno e all’ora giusta!) per raccontare questi giorni di quarantena e costruire strumenti per lottare insieme e per non sentirci sol@

qui i podcast (e sotto quelli della lunga diretta dell’8 marzo)

1 giugno – Le lotte transfemministe in Tunisia

19 maggio – Autoru e Pillole – trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: animali
10 maggio 2020 – Il diritto alla salute pubblica e la sua storia
4 maggio 2020 – Parliamo di DPCM, congiunti e lavoratoru dell’arte
27 aprile 2020 – Rent Strike, storia di uno sciopero globale
17 aprile 2020 – Cosa sta accadendo nel mondo della cultura e dello spettacolo
10 aprile 2020 – Jineologi e Kurdistan
3 aprile 2020 – Esperienze di solidarietà dal basso ai tempi di Covid19
27 marzo 2020 – Carceri ai tempi di Covid19
20 marzo 2020 – Obiezione Respinta, welfare, confindustria e fabbriche aperte

29 maggio – Diritto all’aborto: moltopiùdi194

15 maggio – Brigate Volontarie per l’Emergenza contro la violenza di genere
8 maggio – le lotte delle donne in Afghanistan
1 maggio 2020 – Primo Maggio Femminista Transnazionale – un programma che danza sulle note di una giornata di lotta
24 aprile 2020 – Palestina e storie di resistenza e lotta delle donne palestinesi
15 aprile 2020 – Seconda puntata sulla salute mentale: chi compie lavori di cura
8 aprile 2020 – Prima puntata sulla salute mentale ai tempi di Covid19
1 aprile 2020 – Sexting, revenge porn, piacere e sessualità
25 marzo 2020 – Tecnologie e spazi di resistenza
18 marzo 2020
2 giugno – Autoru e Pillole -trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: di nuovo queer

26 maggio – Autoru e Pillole -trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: queer
12 maggio – Autoru e Pillole -trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce: amicizia
5 maggio 2020 – Autoru e Pillole – trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce.
28 aprile 2020 – Autoru e Pillole – trasmissione di letture e riletture collettive ad alta voce.
20 aprile 2020 – Sogni, dediche, posta del cuore e festeggiamenti
13 aprile 2020 – Necropolitica e cura, e il ruolo delle RSA nella pandemia di covid19
6 aprile 2020 – Autoproduzione di dispositivi di protezione
30 marzo 2020 – Seconda puntata sul lavoro di cura
23 marzo 2020 – Prima puntata sul lavoro di cura


radio Lottomarzo

In questo clima di emergenza non rinunciamo all’8 marzo: l’otto marzo nessun@s sarà sol@ – e non saremo sol@ nemmeno dopo!

Per questo stiamo cercando di costruire strumenti che siano partecipabili da tutte tuttu e tutti. Che non siano escludenti per chi non può o non vuole attraversare lo spazio pubblico con il proprio corpo. Che trasformino ogni spazio in uno spazio pubblico perchè abitato da molte voci e da molte lotte.


L’8 marzo abbbiamo mandato in onda una radio pirata: dalle 11 alle 19 in diretta streaming su http://abbiamoundominio.org:8000/lottomarzo.mp3

Una giornata in cui abbiamo raccontato tutto quello che succedeva nella Milano transfemminista in zona rossa, abbiamo ascoltato racconti e letture, domande e molta musica.

Trovate i podcast qui, in attesa di risentirci in diretta: