Non Una di Meno in solidarietà con le donne e il popolo cileno

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Da giorni il popolo cileno si mobilita in massicce proteste contro il governo di Sebastian Piñera e il sistema neoliberista che governa il Cile da oltre 40 anni.

La repressione studentesca è stata brutale e l’intera città è scesa in piazza. La risposta di Piñera è stata la dichiarazione dello stato di emergenza, portando i militari e la polizia in strada e stabilendo il coprifuoco.

A pochi mesi dal trentesimo anniversario della fine della dittatura militare di Pinochet, le forze armate tornano in piazza, con una feroce repressione.

Le reti femministe e per i diritti umani denunciano abusi sessuali da parte delle forze speciali, della polizia e dei militari cileni, denudamento forzato e tortura alle persone che vengono fermate durante le manifestazioni.

Più di 42 persone uccise, 12 donne violentate, 121 persone scomparse, 1906 arrestate è il risultato ad oggi segnalato dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani.

Piñera ha dichiarato di essere in guerra contro un “nemico potente e implacabile”.

Quel nemico è il popolo.

Da Non Una Di Meno abbracciamo questo popolo in lotta e le donne e tutte le persone rESISTENTI e chiediamo la cessazione della violenza, il ritiro delle forze armate dalle strade del Cile e le dimissioni di Piñera responsabile di questi massacri.

E come hanno detto le nostre sorelle cilene, oggi come ieri saremo in strada, oggi come ieri non ci faranno tacere, oggi come ieri non ci piegheranno, oggi come ieri resisteremo.

ARRIBA LAS QUE LUCHAN
Neoliberalismo NUNCA MAS.
No olvidamos, No perdonamos, no nos reconciliamos


NUDM en solidaridad con las mujeres y el pueblo chileno

Durante días, el pueblo chileno se ha levantado en masivas protestas contra el gobierno de Sebastián Piñera y el sistema neoliberal que hace más de 40 años gobierna Chile.

La represión estudiantil fue brutal y el pueblo entero salió a las calles. La respuesta de Piñera fue la declaración del estado de excepción, sacando a militares y policías a las calles y estableciendo el toque de queda.

A pocos meses de cumplirse los 30 años del fin de la dictadura militar de Pinochet, las fuerzas armadas vuelven a las calles con feroz represión.

Las redes feministas y de derechos humanos denuncian los abusos sexuales a mujeres detenidas cometidos por las Fuerzas Especiales Chilenas, Carabineros y militares, desnudamientos forzados y la tortura de personas detenidas durante las manifestaciones.

Más de 42 personas asesinadas, 12 mujeres violadas, 121 personas desaparecidas, 1906 arrestados es el resultado informado hasta la fecha por la Comisión Interamericana de Derechos Humanos.

Piñera dijo estar en guerra contra un “enemigo poderoso e implacable”.

Ese enemigo es el Pueblo.

Desde Nin Una Di Meno abrazamos a las mujeres en lucha y al pueblo en resistencia. Reclamamos el cese de la violencia, el retiro de las fuerzas armadas de las calles de Chile y la renuncia de Piñera responsable de estas masacres.

Y como han dicho nuestras hermanas chilenas, hoy como ayer estaremos en las calles, hoy como ayer no nos callarán, hoy como ayer no nos doblegarán, hoy como ayer resistiremos

ARRIBA LAS QUE LUCHAN!
Neoliberalismo NUNCA MAS.
No olvidamos, No perdonamos, No nos reconciliamos

 

Attacco al ROJAVA e violenza delle armi: la Tolhildan di Non Una di Meno per scardinare le complicità e le ambiguità Made in Italy

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Fonte immagine: TPI

La violenza è sistemica e multiforme e una di queste forme è quella di Stato

La violenza delle armi e il tentativo di distruzione del più grande laboratorio di Resistenza al patriarcato, esperienza fondata sul rispetto delle diversità sociali e culturali, sull’autogestione, sull’economia sociale, sulla partecipazione di tutte le comunità della regione in chiave femminista ed ecologista.

La violenza delle armi e la cancellazione delle reti di mutualismo senza confini, la colonizzazione delle risorse naturali,  il ricatto delle e dei profughi come chiave di creazione perpetua della fabbrica permanente della paura.

La violenza che supera le geografie e si compatta nell’attacco alle libertà.

La violenza e le sue coperture, quelle della narrazione tossica delle denunce general generiche che si nutrono di retorica ipocrita, quelle delle analisi miopi e immemori, quelle della solidarietà tutta chiacchiere e distintivo, quelle dei proclami con le committenze militari in aumento esponenziale.   

Quella del Governo e del Parlamento italiano che, a parole, dicono di volere fermare le armi e, nella pratica, sono perfetti complici di un genocidio in diretta mondiale.

Quella che non ricorda l’accordo del 2016 tra UE e Turchia: un ricatto bilaterale che prevede finanziamenti alla Turchia pari a 6 miliardi di euro per il contenimento delle profughe/i impedendo loro di accedere alla rotta balcanica e raggiungere l’Europa.

Quella che omette la grande esercitazione aerea Anatolian Eagle 2019 a cui hanno partecipato i cacciabombardieri AMX del 51° Stormo dell’Aeronautica Militare di Istrana (Treviso).

Quella che non racconta, l’addestramento delle forze armate, l’intensificazione tra l’Italia e la Turchia del numero delle esercitazioni aeree, terrestri e navali, le visite ufficiali di ministri, sottosegretari e alti comandanti delle forze armate, le attività di formazione di personale turco nelle accademie di guerra e nei reparti d’élite di mezza Italia e, finanche, la “vendita” delle unità navali dismesse, la partecipazione del Ministro della Difesa appena lo scorso 2 maggio 2019 alla fiera internazionale dell’Industria e della Difesa che si tiene a Istanbul con cadenza biennale.

Quella che nasconde la formazione-addestramento delle unità turche, il progetto biennale di “rafforzamento della capacità istituzionale del Comando Generale della Gendarmeria turca in materia di gestione dell’ordine pubblico e controllo della folla”, conclusosi nel febbraio 2019 presso il CoESPU (il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità dell’Arma dei Carabinieri) con sede presso la caserma “Chinotto” di Vicenza.    Quella che finanzia un progetto indirizzato alla famigerata polizia militare turca: oltre 1.400 gendarmi sono stati addestrati in operazioni antisommossa dai Carabinieri sia in Italia che in Turchia, con particolare enfasi al “controllo in aree rurali manipolate da elementi terroristici” su decisione dell’Unione Europea. 

Quella delle partnership commerciali Italia-Turchia che fa accumulare profitti all’industria bellica italiana: negli ultimi 4 anni, il Ministero degli Esteri italiano ha autorizzato l’esportazione di 890 milioni di armi in Turchia, 360 solo nel 2018, rendendo l’Italia il terzo Paese al mondo per esportazioni di armi in Turchia, il tutto nell’ambito di un generale incremento delle autorizzazioni del governo italiano per il commercio di armi verso Paesi in guerra e/o dittature.

Quella di una legge, la 185/1990 che prevede il divieto di export di armi ai Paesi in conflitto ma, seppure legge dello Stato, viene deliberatamente non applicata e sostituita con i teatrini delle promesse futuribili. 

Quella di Active Fence, missione Nato inaugurata a giugno 2016, prorogata dal Parlamento italiano nel luglio 2019 sino al 31 dicembre 2019, finalizzata alla  protezione dello spazio aereo turco con la batteria di missili ASTER SAMP, 130 soldati e veicoli logistici a supporto dell’alleato turco, in quanto “sotto minaccia”. Missione il cui fabbisogno finanziario per l’anno 2018 è stato pari a 8.438.295 euro e per l’anno 2019, come riportato nel Dpp (Documento Programmatico Pluriennale) Difesa, è pari a 12.756.907 euro.

Quella del Presidente del Consiglio che lo scorso 11 ottobre, in pieno attacco della Turchia, ha promesso di aumentare di 7 miliardi di euro all’anno la spesa militare per la Nato.

Quella violenza nascosta del doppio gioco ipocrita che appena lo scorso 11 ottobre ha portato il Presidente della Nato, Stoltenberg, a evidenziare l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia» e il Ministro degli Esteri Çavuşoğlu a ringraziare in particolare l’Italia che, dal giugno 2016, ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia. 

Quella violenza che non conosce pudore e negli stessi giorni del conflitto si prepara a spedire da Roma il cannone marca Rheinmetall, capace di sparare  600 colpi al minuto.

Quella del grande gioiello italiano nell’offensiva della Turchia in Siria: gli elicotteri da combattimento costruiti in Turchia ma creazioni del Made in Italy, versione avanzata dell’Agusta A129, ovvero i Mangusta, prodotti da Leonardo, azienda a capitale pubblico per il 33 per cento. Piccoli, veloci, robusti, zeppi di apparati hi-tech in grado di scoprire gli obiettivi con un radar e un sistema ad infrarossi a cui non sfugge nulla, neppure di notte, nemmeno nei boschi. Finmeccanica ha ottenuto un miliardo e 79 milioni soltanto per la licenza, l’assistenza e i prototipi.

La violenza camuffata di un Paese, l’Italia, che sposta altrove le responsabilità per assolvere se stessa e tenta di rimandare ancora una volta il momento collettivo in cui sarà chiaro a tutt* che è un Paese con la mani sporche di sangue e una colonia che scodinzola alle potenze imperialiste, arrivando a sacrificare risorse pubbliche e istituzionalizzare lo smantellamento dello Stato sociale a tutto vantaggio dello Stato servo militare .

Ipocrisia e doppio gioco di un Paese in cui i partiti di Governo si dissociano da se stessi e vestono i panni dell’opposizione, tentando di dare una verniciata alle proprie responsabilità politiche,   invece che assumerne di reali e attuali, ivi compresi il sequestro militare delle spiagge in Sardegna e il MUOS in Sicilia.

Contro questa ipocrisia, oggi, Non Una di Meno prende posizione e denuncia le responsabilità del Governo, del Parlamento italiano e del sistema bancario e commerciale che fa profitti con le armi.

Lo fa per mettere in pratica Tolhildan, che in curdo significa vendetta, laddove vendetta significa “costruire il mondo per il quale le compagne e i compagni rivoluzionari hanno lottato fino all’ultimo giorno”.

Un mondo dove le spese militari non possano crescere senza misura mentre Stato sociale, ospedali, centri antiviolenza subiscono un progressivo smantellamento.

Un mondo dove le donne in lotta possano riscrivere la Storia e cancellare la violenza patriarcale, costruendo un cambio di sistema che si fondi sul rispetto della terra, dei corpi, e quindi sulla natura e i suoi cicli.

La rivoluzione in Rojava è la nostra rivoluzione, l’attacco alla libertà del Rojava è un attacco anche alle nostre libertà e alla nostra capacità di farci “marea in movimento”, la lotta delle combattenti curde contro le bande fasciste dello stato islamico è la nostra lotta contro il patriarcato e la violenza sistemica sulle donne e le soggettività LGBTQIA+’.”

Per Hevrin, uccisa, lapidata, vilipesa e usata come simbolo della rivalsa patriarcale, per Zain morta in combattimento, per Orso, che voleva diventare goccia nella tempesta, per tutte le donne in lotta in ogni parte del mondo noi oggi siamo Tolhildan e denunciamo l’ipocrisia e il doppio gioco dell’Italia.

A Napoli abbiamo invaso le strade con la potenza di un corteo selvaggio al grido Le donne in lotta scrivono la storia, con il Rojava fino alla vittoria.

La marea ha rotto gli argini del patriarcato e si è fatta rivolta e oggi chiama alla mobilitazione permanente e alla partecipazione ai due grandi cortei a Milano il 26 ottobre e a Roma il 1 novembre per urlare tutt* insieme Jin, Jïyan, Azadi – Donna, Vita, Libertà e per denunciare le responsabilità italiane, pubbliche, economiche e industriali Made in Italy.

Le foto della passeggiata contro la violenza in Via Padova

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Il 7 ottobre all’angolo tra via Pasteur e via Padova una ragazza di 19 anni è stata aggredita e violentata.
Solo 24 ore prima, dall’altra parte della città, una studentessa di 18 anni è stata vittima di un tentato stupro.

Nelle strade delle nostre città dovremmo poterci sentire sicure, muoverci liberamente e senza dover ricevere continui apprezzamenti non desiderati, fischi, molestie verbali e fisiche.

Gli stupri e i femminicidi sono solo la manifestazione più evidente e drammatica della violenza che subiamo tutti i giorni, da sconosciuti, da amici, colleghi di lavoro, parenti e compagni.

Nel mondo 1 donna su 3 è stata vittima almeno una volta nella vita di stupro o di violenza.
In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal marito, dal compagno o da una persona che conosce. La maggioranza delle violenze avvengono tra le mura di casa.

Solo nell’ultimo mese a Milano e provincia, due donne sono state uccise per mano dei loro compagni: Adriana e Sharly, sono solo le ultime di una lunga lista di donne che hanno perso la vita, uccise da un uomo violento.

Il femminicidio e la violenza sono una cosa grave, riguardano tutte le donne, comprese le donne trans, che ancora di più sono vittime di discriminazione e violenza di genere.

Nella nostra città mancano spazi dove una donna si possa sentire sicura, chiedere aiuto, parlare di violenza e soprattutto essere aiutata a combatterla.
I centri antiviolenza per le donne rischiano di chiudere.

La risposta delle istituzioni è più polizia nelle strade, ma questa non è la nostra risposta. Vogliamo essere libere e sicure nelle strade come nelle nostre case.

Basta strumentalizzare i nostri corpi. Basta strumentalizzare le violenze che noi subiamo. Siamo stanche della retorica razzista e securitaria come risposta alla violenza di genere. Non vogliamo che gli stupri e le violenze vengano utilizzati per fare propaganda politica contro i migranti, per giustificare la presenza massiccia di polizia, soldati e controlli nelle strade, per alimentare il clima di odio e di discriminazione di stampo razzista e fascista. Il nostro corpo non è il terreno su cui legiferare, diciamo no alla violenza istituzionale e patriarcale dei decreti sicurezza.

Via Padova non è periferia ma uno dei cuori della nostra città. Questo è un quartiere dove convivono persone provenienti da tutti i paesi del mondo e vogliamo che rimanga così.
Non ci faremo spaventare dagli uomini violenti, le donne sono in grado di difendersi e tutelarsi, non abbiamo bisogno di altri militari nei nostri quartieri.

Sicurezza non significa più polizia!
Sicurezza vuol dire poter camminare libere in tutte le strade della città, e se subiamo violenza trovare un luogo accogliente dove poter essere ascoltate e aiutate.

Sicurezza significa avere i documenti, avere un lavoro ed una casa dignitosi.
Sicurezza significa essere libere di muoverci, di oltrepassare i confini come e quando vogliamo, senza subire torture e soprusi.

Per questo scendiamo per le strade, per mostrare la nostra rabbia e la nostra forza, noi esistiamo e non staremo zitte di fronte all’ennesima violenza contro qualsiasi donna, persona trans o non binaria.

Siamo ovunque, viviamo in tutti i quartieri di questa città, e gridiamo: Non una di meno!
Perché nessuna di noi venga uccisa, violentata o maltrattata.

No alla violenza sulle donne, in nessuna casa e in nessuna strada della città.

No alla violenza sulle donne, in nessuna casa e in nessuna strada della città.

Noi siamo donne come voi, viviamo in tutti i quartieri di questa città, e gridiamo: Non una di meno!
Perché nessuna di noi venga uccisa, violentata o maltrattata.

 

Passeggiata femminista in Via Padova contro la violenza

Mercoledì 16 Ore 18:30 ritrovo in Piazzale Loreto angolo via Padova.

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No alla violenza sulle donne, in nessuna casa e in nessuna strada della città.

Nel mondo 1 donna su 3 è stata vittima almeno una volta nella vita di stupro o violenza.
In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal marito, dal compagno o da una persona che conosce.

Il femminicidio è una cosa grave, riguarda tutte le donne, comprese e forse ancor di più le donne trans.

Nella nostra città mancano spazi dove una donna si possa sentire sicura, chiedere aiuto, parlare di violenza e soprattutto essere aiutata a combatterla.
I centri antiviolenza per le donne rischiano di chiudere.

Sicurezza non significa più polizia!
Sicurezza vuol dire poter camminare libere in tutte le strade della città, e se subiamo violenza trovare un luogo accogliente dove poter essere ascoltate e aiutate.
Sicurezza significa avere i documenti, avere un lavoro ed una casa dignitosi.

Noi siamo donne come voi, viviamo in tutti i quartieri di questa città, e gridiamo: Non una di meno!
Perché nessuna di noi venga uccisa, violentata o maltrattata.

Via Padova non è periferia ma uno dei cuori della nostra città.

Aderiscono:
– Ass. La Città del Sole – Amici del Parco Trotter
– Comitato abitanti di via Padova/Transiti/Stazio
– Asociación de Mujeres Peruanas en Milan
– Orti di via Padova
– Legambiente
– Via Padova Viva

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Non Una di Meno al corteo No CPR

Bloccare la violenza dei confini e rompere le catene del ricatto economico

Cambiano i Governi ma il razzismo istituzionale sembra rimanere uno dei saldi pilastri che connettono il passato e il presente. I decreti Sicurezza e, prima ancora di essi, i Decreti sul decoro e la Minniti Orlando non sono stati abrogati anzi, vengono firmati provvedimenti per i rimpatri e intese di ripartizione dei migranti che conservano totale discrezionalità.

L’attuale ministra degli interni ha fieramente confermato gli accordi con la Libia, rendendosi consapevolmente complice degli stupri, delle violenze, delle torture con cui le e i migranti devono pagare la loro possibilità di arrivare in Europa.

Come a breve avverrà anche a Milano, si continuano ad aprire i Centri per il Rimpatrio, veri e propri luoghi di detenzione amministrativa dove si viene rinchius* senza un processo. Non vengono messe volutamente in discussione le politiche internazionali neocapitaliste e neocoloniali che spingono le persone a lasciare le terre d’origine alla ricerca di una “vita più umana”, politiche che massacrano, nella logica di una cultura patriarcale, intersecata con quella del profitto, i corpi di donne, bambini, uomini, animali e la Terra.

Come Non Una di Meno abbiamo da sempre preso parola contro il razzismo di governo, le derive securitarie fondate sul decoro, i decreti Sicurezza e le norme che li hanno sdoganati e il 12 ottobre torneremo in piazza convinte che la violenza razzista sia l’altra faccia della violenza patriarcale.

L’eliminazione del permesso umanitario, prima ottenibile dalle donne che avevano subito violenze sessuali lungo i confini, non solo legittima la violenza come strumento di governo del movimento delle migranti, ma le espone a ulteriore violenza anche nei paesi d’arrivo, rende inoltre più difficile il rinnovo del permesso di soggiorno e, sotto il ricatto della Bossi-Fini, il lavoro diventa sempre più precario e più sfruttato.

L’attacco sferrato dalla legge Sicurezza bis alla libertà di movimento e a tutte le forme di insubordinazione, le teorie repressive che vogliono mettere le museruole alle lotte non vengono oggi smentite né dal nuovo governo italiano, né dal nuovo parlamento europeo, recente autore di equiparazione tra fascismo e comunismo.

Aprono i porti, ma la necessità di filtrare, selezionare e respingere i migranti rimane alla base del decreto rimpatri che ribadisce la differenza fra migranti economici e rifugiati politici e da attuazione alla pratica di respingimento per tutti i/le persone provenienti dai paesi definiti sicuri.

Oggi, ancora più di prima, c’è bisogno di alzare la testa perché l’unica discontinuità può produrla la nostra lotta dalla parte delle e dei migranti che, attraversando i confini, affermano la propria libertà di movimento e non accettano di affidare le proprie sorti alle mutevoli necessità economiche e politiche dell’Unione Europea. Continuiamo a stare dalla loro parte del loro desiderio di costruirsi una vita migliore, di potersi sottrarre alla violenza patriarcale economica e sociale. Con rabbia dobbiamo pretendere la fine dei decreti sicurezza, la fine del circolo vizioso fra sfruttamento e clandestinità orchestrato dalla Bossi-Fini, la fine delle politiche di ricollocamento interessate solo ai profitti economici.

Continuiamo a lottare contro la fabbrica della paura permanente su cui si fonda e prospera la guerra ai poveri, così come contro il processo di criminalizzazione dell’immigrazione, in quanto consapevoli che lo stesso altro non è se non il preludio a un attacco violento, brutale e senza precedenti alla libertà di espressione. Rifiutiamo la strumentalizzazione del corpo delle donne e di tutti i corpi fuori norma come volano culturale per legittimare il restringimento degli spazi di libertà e di umanità che introducono le politiche repressive.

Rivendichiamo un permesso di soggiorno europeo incondizionato che consenta a donne e uomini migranti di muoversi liberamente attraverso i confini, indipendentemente da vincoli lavorativi o famigliari. Lo sciopero femminista ha mostrato a livello globale la potenza che può avere un movimento che riconosce e ribadisce quotidianamente come lottare contro la violenza maschile e di genere significa anche lottare contro il capitalismo,il razzismo, la precarizzazione e l’attacco all’autodeterminazione.

Il 12 ottobre saremo in piazza per ribadire che ci schieriamo con le migranti e i migranti, con chi rifiuta la violenza maschile e di genere, con chi combatte ogni giorno i muri del razzismo, della repressione e dello sfruttamento.

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